Insegne, più che come firme o rappresentazioni, come orgogliose dichiarazioni di un primato, o almeno di un talento. Come emblemi dell’ingegno, del garbo e dell’eleganza con cui, un tempo, si lavorava a Milano. Un breve tour nostalgico/blasonato (giocoforza incompleto) attraverso la fierezza dei suoi simboli produttivi. Vessilli ante litteram del “made in Italy”.
OTTICA ARNALDO CHIERICHETTI

Nell’ottica dell’impresa

Arnaldo Chierichetti apre il suo negozio di ottica e fotografia nel 1914. Nonostante diversi trasferimenti (l’ultimo dei quali a causa di un bombardamento), rimane comunque radicato allo storico incrocio tra Corso di Porta Romana e Corso di P.ta Vigentina. L’insegna attuale è del 1945. Nella lunga opera svolta da Arnaldo prima e dalla figlia Elda poi, attaccamento alla tradizione e aggiornamento sono sempre andati di pari passo. Per novant’anni il negozio alimenta il legame con la città, svolgendo un’importante funzione di promozione culturale dell’attività d’impresa. L’esposizione di macchine fotografiche e la bella vetrina d’epoca con binocoli da teatro, antichissimi occhiali e strumenti ottici ammirabili in negozio, non possono raccontare che il gusto, la ricerca e la passione di Arnaldo ed Elda per alcuni aspetti del loro lavoro. Al resto pensa un bel libro che il Dottor Cristian Scotti, attuale gestore e membro del consiglio direttivo, è particolarmente fiero di mostrarci.


GIOVANNI GALLI

Il gusto del passa-parola

La pasticceria e cioccolateria Giovanni Galli, dal 1911 è specializzata nella produzione artigianale di Marrons Glacès, boeri, praline di cioccolato e pasta di mandorla. Fare i marron glacé, tanto amati dai milanesi, è un’arte con regole ferree: dieci giorni di cottura nello sciroppo zuccherino. Poi uno strato di glassa sottile sottile (che non deve coprire il gusto della castagna) e infine il passaggio in forno. «Oggi seguiamo le stesse ricette del bisnonno» racconta Federico Galli, titolare di quarta generazione «i nostri prodotti sono fatti a mano, con materie prime di qualità e rigorosamente senza conservanti. Danneggiarli sarebbe un rischio imperdonabile» e aggiunge: «La facoltà di economia in cui ho studiato non rispecchia la nostra realtà. Noi siamo artigiani dentro. Diventare grandi, potrebbe snaturare l’identità del marchio e del negozio.» E’ deciso, Federico. Che al frastuono della pubblicità, continua a preferire il mormorio del passa-parola. Più affidabile e duraturo.


GIN ROSA

Il tempo (e il tempio) dell’aperitivo

Nato, secondo alcuni, come Bottiglieria del Leone intorno al 1860, il locale prende poi il nome di “Caffè Canetta” da quello del proprietario successivo, nonché inventore del primo aperitivo della casa: il Costumé Canetta. All’inizio del ‘900 Luigi Donini (ideatore della Mistura Donini) rivoluziona la fisionomia del locale, dotandolo di macchina per il caffè e moderno bancone. Nel 1931 l’attività viene acquistata dalla famiglia Marangione, che ribattezza Gin Rosa l’antica Mistura Donini, dando nome e insegna definitivi al locale. Il leggendario Gin Rosa, la cui formula segreta è registrata in esclusiva mondiale, si beve da solo o come base d’innumerevoli cocktails. Ma soprattutto, si beve solo qui. Come sanno bene tutti gli illustri milanesi che hanno onorato il bar con le loro visite. Dal 1999 l’attività del Gin Rosa è nelle mani dei signori De Luca, cultori della tradizione di un luogo che ha attraversato la storia della città.


MITAROTONDA

A suon di passione

Mitarotonda, presente con la propria insegna dal 1987, ha proseguito la tradizione storica del leggendario negozio Gallini, aperto nel 1888. «Gallini era il tempio della musica. Ci entravo in punta di piedi» racconta Paola Mitarotonda, prima donna ad entrare nell’Associazione accordatori italiani di pianoforti, e attuale proprietaria. «Rilevarlo è stato un sogno e un onore, oltre che un’irresistibile follia.» Nel 2009, quando l’affitto è diventato proibitivo, Paola ha traslocato alla fine della via e ridimensionato l’insegna, mantenendo l’atmosfera e gli arredi originali. Nel negozio ci sono seicento cassetti in noce per gli spartiti con circa ventottomila titoli. Si vendono, noleggiano e accordano pianoforti, chitarre, violini e violoncelli. Si trovano accessori d’ogni tipo (metronomi, leggii, carta da musica, album) e si cercano consigli. «Amo i miei pianoforti e ammiro i musicisti. La musica è una fatica e una fortuna.» E il tempo di Paola è un allegro moderato.


GELATERIA SARTORI

Pochi ma buoni

La storia di Andrea Sartori, fondatore della gelateria, sembra il cliché dell’italiano volenteroso e sognatore. Invece è vera. Appena arrivato a Milano da Treviso, Andrea fa il manovale in una gelateria. Si appassiona al campo, lo studia e nel 1937 compera un carretto a due ruote su cui offre il suo gelato. Da carretto nasce chiosco, che nel 1947 si stabilizza nella posizione attuale. La clientela di Andrea e della moglie Stella aumenta, e negli anni del boom anche il figlio Giorgio entra nell’attività, la cui gestione è oggi affidata al nipote Anthony. Rari, doverosi restyling all’insegna. Nessuno ai gelati: artigianali e cremosi come da tradizione. «Diamo da mangiare ai clienti quello che daremmo ai nostri figli» scandisce Anthony «conosciamo e scegliamo tutti gli ingredienti dei nostri gelati. Mode e sciroppi non c’interessano.» I migliori (pochi) gusti classici, granite da urlo e niente gelato al puffo. Oh, Sartori!


MUTINELLI

A tes(t)a alta

L’insegna liberty del 1888 c’introduce nella cappelleria più antica di Milano. Aperto negli stessi locali e condotto sempre dalla stessa famiglia, il negozio conserva pavimentazione e arredi d’epoca. Ma soprattutto espone muraglie di cappelli di ogni foggia e materiale: cuffie, berretti, baschi, coppole e cilindri. Di feltro, tessuto, pelle, paglia o pelo. «Soffro di sindrome d’accerchiamento» racconta il titolare, indicando la via modaiola «a volte gli stranieri pensano di entrare in un museo e domandano se i cappelli sono in vendita.» E’ appassionato ma realista, il signor Matteo. «Le realtà familiari sono destinate a estinguersi. I figli possono scegliere lavori diversi da quelli dei genitori e chi può più permettersi di fare formazione?» E continua: «Anche se il cappello italiano è il migliore del mondo, i piccoli laboratori artigianali che lo producono non reggono costi e logiche industriali.» Business is business, yeah. Ma lei resista, Matteo. A tesa alta.


FARMACIA FOGLIA

Speziali 2.0

La terza farmacia più antica di Milano viene fondata nel 1835 dalla famiglia Foglia, dove anteriormente si trovava una “bottega farmaceutica con annessa officina”. Lo testimonia anche il frontale dell’elegante palazzo seicentesco che la ospita e conserva i bassorilievi marmorei d’illustri chimici e scienziati. Le scritte in oro dell’esterno sono invece state modificate dalla gestione precedente all’attuale. Da otto anni la farmacia prosegue l’attività grazie al direttore Dott. Paolo Vigo e ai soci. «Il nostro laboratorio galenico lavora a pieno ritmo. Prepariamo prodotti erboristici, farmaci personalizzati e una linea dermocosmetica di matrice vegana tutta nostra. Non testata sugli animali» spiega il dottore «la tradizione della farmacopea galenica, da noi, ha sposato la ricerca più avanzata e le nuove richieste dell’utenza. Dispensiamo farmaci, naturalmente, ma soprattutto attenzione e consigli perché oggi il farmacista ha, di fatto, sostituito la figura del medico di base di una volta.» Proprio vero, dottore!


PASTICCERIA GRECCHI LUIGI

Il profumo dell’artigianalità

Camminando per Via Piero della Francesca, in zona Sempione, può accadere di venir letteralmente investiti dal profumo più goloso della terra: il tipico mix di pastafrolle e creme di tutte le qualità delle pasticcerie artigianali. Quella di Luigi Grecchi, dalla rassicurante insegna con le grazie, apre nel 1959. A conduzione familiare, oggi viene gestita dal figlio Antonio con la dedizione autentica del pasticcere nato. «Sulla qualità e sull’originalità non transigo» ci racconta «per noi è un punto d’onore che ha sempre pagato. Anche in tempi di crisi.» Dev’essere fiero di quello che fa, Antonio, per lavorare tutti i giorni dalle dodici alle quindici ore e coccolare una clientela sempre più esigente. «È un piacere vedere un sorriso» ci dice Antonio «soprattutto a Natale, quando ci sbizzarriamo con le confezioni personalizzate, i cioccolatini e i dolci a pasta lievitata: panettoni, veneziane...» Lo fermiamo solo perché ci sta venendo l’acquolina.


COMORETTO

Lampadine e resistenza

La signora Ada Comoretto (88 anni), è titolare dal 1943 del negozio di materiale elettrico aperto dal padre. Ma quello che ne fa una vera “resistente” è che la bottega si trova in Corso Como. Per chi non lo sapesse, il nuovo cuore della movida milanese. Assediata da luccicanti boutiques e locali trendy, l’insegna di Comoretto tecnoelettrica (rifatta tale e quale solo perché cadeva a pezzi) fa persino tenerezza. Eppure, a dispetto di chi voleva comprarsi il negozio per farne l’ennesimo bar, Ada continua a vendere lampadine a luce calda e introvabile minutaglia di ricambio. E continua a non accettare carte di credito. «Corso Como ha perso le caratteristiche del rione» racconta «non esistono rapporti di buon vicinato perché i commessi vanno e vengono. Il negozio non è loro. Invece, questo, è la mia creatura.» E’ orgogliosa, Ada. Soprattutto dei clienti che passano a trovarla... per fare due chiacchiere.


PETTINAROLI

La fierezza della tradizione

L’insegna attuale di Pettinatoli appartiene alla fine degli anni ’50. Ma all’interno del negozio ci sono ancora le insegne originali del 1881. L’attività nasce come cartoleria con annesso laboratorio di tipografia e legatoria. In tutti questi anni ha stampato biglietti da visita, inviti a nozze, nascite e comunioni. Dedicando agli eventi più importanti dei milanesi carte e lavorazioni pregiate. Il signor Francesco, che si chiama come il bisnonno fondatore, è affezionato al termine “cartoleria”, anche se ne tratta poca: eleganti quaderni rilegati in pelle (che, non sembra vero, vende moltissimo) e qualche originale oggetto regalo; tutti provenienti da piccoli, tradizionali laboratori artigiani milanesi. Il signor Francesco adora le stampe antiche. Soprattutto se di argomento geografico. «C’è un mondo di appassionati, cartografi e collezionisti che viene da me» ci racconta sorridendo «la specializzazione protegge dalle crisi.» Ma anche il suo amore per la tradizione tipografica meneghina, deve aver aiutato.


OROLOGERIA, OREFICERIA PICCOLO

Antichi, preziosi mestieri

La Gioielleria Piccolo apre nel 1918 (particolare di cui si fregia l’insegna stessa), all’interno di un palazzo storico nel cuore della città. Il signor Tommasi, cui apparteneva, la offrì nel 1986, a un giovane, appassionato orologiaio. Ivano Piccolo accettò e, da allora, continua a compiacersene. Ci tiene a dire che il suo negozio è un vero, piccolo museo di gioielli antichi. Preziosi, ma anche di materiali “alterativi” che ricerca pervicacemente. Ci sono alcuni preziosi attrezzi degli anni ’40, in bottega: un tornio a mano, una bilancia, una cassettiera contenente forniture per orologeria. Perché il signor Piccolo non solo vende orologi supergarantiti, ma li ripara! E’ l’unico a farlo, in negozio, e racconta: «Dopo trent’anni, mi ci diverto ancora. Tanto che li riparo tutti. Purché siano preziosi per chi me li porta.» In tempi totalmente digitalizzati, un mestiere antico, sapiente e manuale come questo ha un fascino quasi ipnotico.


DITTA GUENZATI

Come lacrime nella pioggia

«In autunno il nostro negozio, insieme ad altri, verrà sfrattato dal Palazzo delle Generali, per fare spazio alle solite note firme della moda. Ci stiamo appellando alla proprietà, alle Associazioni di Categoria, al Comune, alla Regione e ai giornali, perché non si perda una parte della memoria cittadina.» Parole che non avremmo voluto sentire, quelle di Luigi Ragno, figlio di colui che diede l’impronta decisiva al negozio, aggiungendo ai tessuti l’abbigliamento e gli accessori di provenienza anglosassone che l’hanno reso famoso nel mondo. Dovevamo scrivere della Ditta più antica di Milano, fondata nel 1768. 250 anni d’attività, due sedi, tre conduzioni familiari e un cambio d’insegna: quando, nel 1960, dopo il trasferimento nel Palazzo delle Assicurazioni Generali, quella storica viene uniformata alle circostanti. Avremmo voluto raccontare la storia di un’immutata tradizione di stile, ricerca e passione. Ma tutto questo rischia di essere spazzato via a settembre. Come lacrime nella pioggia.


CAMICERIA CORDUSIO

Onore al classico

L’insegna della Camiceria Cordusio è la stessa dal 1943. Niente maiuscole, nulla che urli. Quasi sottotono. Con aristocratico sprezzo della pubblicità, la Camiceria non ha un sito, ignora i social network e non confida nelle recensioni. L’unica forma di comunicazione accettata dal titolare signor Massimo Canziani (figlio del fondatore) è il passa parola. Che funziona benissimo da settantatre anni. Il signor Luca, dipendente, ci racconta che il lavoro ha un rapporto diretto con la parola, perché si fonda sul consiglio, sulla fiducia e sul rapporto creato nel tempo con la clientela. E un cliente soddisfatto, ne manda altri. La Camiceria ha servito molte firme del giornalismo meneghino. Da chi altri avrebbe potuto andare (ad esempio) Indro Montanelli? «Dobbiamo resistere» sostiene Luca «oggi c’è tanta concorrenza di bassa qualità. Non bisogna cedere alle sirene della moda facile.» Dettagli curati, tagli classici, pantaloni con le pences. E’ bello che “r-esistano”, no?


ANTICA BARBIERIA COLLA

Pelo e contropelo

L’Antica Barbieria Colla apre nel 1904, ma si trasferisce all’indirizzo attuale nel 1944. Franco Bompieri affianca il secondo proprietario, Guido Mantovanini, negli anni ’60. Nel 1975 rileva il negozio e appone la sua insegna. La fama della barbieria, che conserva arredi e accessori dei primi ‘900, è testimoniata dalle foto con dedica che tappezzano le pareti. Naturale! Capelli, barba e baffi qui vengono curati come si faceva una volta. Altro che mode! Il signor Bompieri ha studiato, osservato, scritto e usato le sue mani d’oro per settant’anni. I prodotti che usa in bottega (guai a chiamarla negozio!) sono frutto di una sapienza artigiana. Creature sue e della figlia Francesca che, sul futuro, ha le idee chiare: «Ci sono cose che non cambieranno mai. Il rispetto per gli altri e per il lavoro. La volontà di fare sempre meglio. L’umiltà. Questo posto è figlio di tutti quelli che l’hanno voluto così.»


PECK

La bontà che ha fatto strada

La storia della gastronomia più famosa di Milano inizia nel 1883, quando un salumiere originario di Praga, Francesco Peck, apre una bottega in Via Orefici. Salumi e carni affumicate sono così buoni da valergli la qualifica di fornitore della Casa Reale. Nel 1918 Eliseo Magnaghi acquista la bottega e la trasferisce in Via Spadari, dove si trova tuttora. Peck diventa il punto di ritrovo dell’elite milanese, ospitando personalità di spicco, autori e intellettuali. Negli anni ’50 la cultura della pausa-pranzo viene inaugurata sul bancone di Peck: assai più invitante di una mensa aziendale. L’accattivante insegna attuale viene posta dalla famiglia Stoppani (succeduta ai Grazioli) nel 1997. Dal 2013 l’attività è nelle mani di Pietro Marzotto, Nel tempio della gastronomia, oggi, è tutto elevato: qualità, scelta, eleganza, professionalità, cortesia... e prezzi. Del resto Peck è uno degli emblemi del food italiano nel mondo. Non è più “solo” dei milanesi.


LIBRERIA BOCCA

Cultura da sostenere

Ci sono posti nei quali, entrando, viene l’impulso di togliersi il cappello. Anche se occupano solo 50 metri quadrati. La Libreria Bocca, in attività dal 1775, è forse la più antica d’Italia. Aperta dai fratelli Bocca a Torino, ha avuto cinque sedi, di cui è sopravvissuta solo quella in Galleria, datata 1930. Del suo sterminato elenco di riconoscimenti, citiamo quello di cui Giorgio Lodetti, attuale titolare, va più fiero: l’elezione del FAI a “Luogo del cuore”, nel 2007. In questa libreria, oggi a vocazione artistica, sono state stampate le opere dei più grandi personaggi dell’otto e del novecento. Libri che hanno contribuito a sconvolgere antichi equilibri sociali o ad aprire nuovi sentieri all’evoluzione del pensiero. Eppure (mala tempora currunt) ha rischiato di chiudere. Grazie alla Giunta Pisapia, oggi gode del rinnovo della Concessione Comunale a canone sostenibile fino al 2025. E’ storia recentissima la partnership con Skira.


MEJANA

Ritorno all’originale

Registrato alla Camera di Commercio come negozio di coltelleria e pelletteria da uomo nel 1911, Mejana apre in Galleria nel 1917, specializzandosi nella vendita di stilografiche e articoli da scrittura. Con l’attuale titolare succeduto al padre negli anni ’90, arriviamo alla quinta generazione dei Mejana. Un record. Il signor Roberto ci offre una lucida visione imprenditoriale che riportiamo per sommi capi. «Vendere penne stilografiche, oggi, non basta più. Una bottega storica deve produrre qualcosa di suo e offrire artigianato originale e locale, andando oltre il concetto di semplice rivendita. Noi abbiamo affiancato al nostro “storico” articolo (ormai di nicchia), una nuova produzione di pelletteria. Su Internet si possono acquistare penne di tutte le marche. Borse di qualità, fatte da artigiani locali in esclusiva per noi, sono solo nostre.» Più che un’inversione di tendenza, questo sembra un ritorno all’origine del concetto di bottega. Anzi: un ritorno all’originale.


CENTENARI STAMPE D’ARTE

Che non si perda lo stampo

L’insegna di questo storico negozio, la stessa dal 1860, sembra una predizione. In realtà Centenari è il cognome dei fondatori che, nell’anno precedente all’Unità d’Italia, aprirono un commercio di stampe d’arte, dipinti, cornici e oggettistica pregiata nel salotto di Milano. Da cinquant’anni la bottega appartiene alla famiglia Comini. Oggi Sandra, Gianni e Marcello continuano a tener alta la bandiera della stampa artistica (dove ogni opera è un originale) prodigando pazienti spiegazioni ai clienti che ancora, e per fortuna, vogliono sapere la differenza tra una xilografia e un’acquaforte, a cosa serve un tornio, cos’è una matrice... come viene fatta un’icona. «La passione per l’arte e l’artigianità ci tiene vivi» racconta il signor Marcello «non vogliamo che scompaia.» E a una signora che chiede uno dei bassorilievi lignei in vetrina tempo fa, risponde: «Erano di un artigiano altoatesino. Purtroppo sono finiti.» Ecco, appunto: qui non si fanno fotocopie.


NOLI TABACCHI

C’è fumo... e fumo

Articoli per fumatori NOLI. Tabacchi, sigari, valori bollati. Questa è la diligente dicitura dell’insegna che campeggia sulla vetrina dello storico (e centralissimo) tabaccaio milanese. Il nome in un corsivo che sembra una firma. Il negozio, in Galleria dal 1927, viene rilevato nel 1973 da Leonardo Noli, che ancora oggi lo gestisce con i figli Luca e Simona. Il signor Noli ci confessa ridendo di non aver mai fumato. Eppure i sigari che vende sono frutto di un'accurata selezione dei migliori marchi esteri e italiani. E quelli a firma Noli, prodotti in Nicaragua, li considera “una sua creatura”. Si definisce un esperto indiretto, il signor Leonardo, che ci spiega pazientemente a cosa serve un humidor e quali sono le differenze tra le magnifiche pipe che espone. Forse perché il lavoro lo diverte ancora, forse perché parlarne gli piace, ma dalle sue descrizioni (concedeteci di essere “salutisticamente scorretti”) fumare sembra un’arte.


BERNASCONI

Argento vivo

Gli attuali proprietari della scintillante boutique di Via Manzoni appartengono alla quarta generazione degli argentieri Bernasconi, che nel 1872 aprirono il primo laboratorio artigianale e nel 1924 vennero insigniti del titolo di “Fornitori della Real Casa” Savoia. A Claudio e Maurizio si deve l’ultimo trasferimento della storica bottega, oggi situata nel cosiddetto “quadrilatero della moda”, tra prestigiose firme italiane e straniere. Ai manufatti in argento, nel corso degli anni si sono aggiunte produzioni artigianali che utilizzano materiali naturali. Si tramanda che la moglie del fondatore Ernesto, Ginevra, avesse fiuto e intuizione da vendere. Negli anni ‘30, ispirata dalle lussureggianti piante del giardino della sua casa etiope, fece applicare al proprio servizio in argento delle impugnature fatte con radici di bambù. Il prezioso servizio andò perduto durante il viaggio di ritorno; non così l’idea, applicata dai pronipoti alla nuova collezione che porta il suo nome.


TRATTORIA TORRE DI PISA

La dolce vita milanese in Toscana

Nel marzo del 1959, in via Fiori Chiari, Romano Meacci (toscano doc) appende la sua insegna dove c’era quella della Trattoria da Omero. “Menu genuino e generoso a prezzi popolari” come si legge nella lista del ‘62 conservata sotto vetro. Una clientela, per lo più, composta da operai e impiegati della vicina Accademia di Brera. Giancarlo Baghetti, all’epoca famoso pilota di Formula Uno, dà il via a un serrato passa-parola e dopo Camilla Cederna inizia il via-vai di pittori, artisti, stilisti, industriali, attori, registi, intellettuali, modelle e creativi. «Serviamo spesso i figli dei nostri clienti storici» racconta Ettore Gallarello, gestore e socio della holding di Alberto Cortesi che ha acquistato il locale una ventina d’anni fa. «Salvo qualche ritocco a norma di legge, abbiamo lasciato tutto com’era. Continuiamo a offrire piatti (toscani) di stagione con ingredienti freschi.» Sottolinea Ettore. Quasi tutto come allora: arredo, pavimenti, menu genuino. Persino l’insegna.


FORNARO

Una storia nella storia

Fornaro apre nel lontano 1945. Anita e Stefano Fornaro dormono nel negozio senza vetri del corso bombardato e vendono lanterne a petrolio, catini e ghiacciaie: i generi di primissima necessità del dopo guerra. Per Adriano e Lidia, le cose cambiano insieme all’insegna (l’attuale), dai tipici caratteri anni ’60. Alla terza generazione, i fratelli Eleonora e Stefano vendono articoli da regalo, piccoli elettrodomestici... e lotta all’impatto ambientale. Bicicletta per le consegne in città, sacchetti biodegradabili, rottamazioni, raccolta materiali di scarto, eccetera. Costoso non inquinare, quando non si vuol pesare sulla clientela. «Abbiamo respirato l’aria del servizio al cliente, in famiglia. Mia nonna era una P.R. nata ed io continuo a sapere tutto di tutti» racconta, divertita, Eleonora. «Per fare i corsi di cucina smontiamo il negozio e lavoriamo anche domenica e lunedì.» I due fratelli hanno scritto un libro sui settant’anni d’attività. Storia nella storia. Milano ringrazia.


CARTOLERIA FRATELLI BONVINI

Punto e a capo

Il signor Costante Bonvini apre la sua cartoleria nel 1909, l’unica nel raggio di 25 km. Con la Pedalina, la sua prima macchina da stampa (a cui seguiranno le altre due) comincia a stampare biglietti da visita, inviti e carte da lettera. L’attività viene portata avanti dalla figlia Leila e dal marito Luigi Cambieri. Quando nel 2012 l’anziano signor Luigi sta per abbandonare il negozio al suo destino, un gruppo di appassionati lo rileva e un paio d’anni dopo, riapre bottega. Edoardo Fonti (amministratore) ci guida tra collezioni di pennini, tamponi, inchiostri e matite d’epoca; e poi nella tipografia, con le macchine ancora in funzione e le antiche “casse tipo Rossi”: file di cassettini per i caratteri, i punti e le virgole. Il signor Fonti tiene a sottolineare come ogni elemento dell’arredo sia stato accuratamente restaurato e rimesso in vita. Anche l’insegna è quella del 1909. Una bellezza.


CANTINE ISOLA

Cin cin, doc doc

Nel cuore della “Chinatown” milanese c’è un locale in cui entrano un bancone, una babele di scaffali intasati di bottiglie, un unico tavolino (occupato) e vari clienti in attesa di un calice. Merito di Giovanni Isola che, nel 1896, apre un’osteria con cucina: il “Boeucc dell’Isola”. Dopo il succedersi di alcune gestioni, alla fine degli anni ’30 arrivano a Milano i cinque fratelli Isola (omonimia predestinata?) che rilevano le Cantine e appongono l’insegna attuale. Anni dopo Giacomo, figlio di Secondo Isola, entra nell’attività con l’impagabile moglie Milly, una delle prime sommelier d’Italia. Nel 1991 è la volta degli attuali proprietari. Il simpatico Luca, figlio di Giovanni e Tina Sarais, non gestisce una mescita, ma una scuola di garbo ed enologia. «La nostra è un’Isola felice» racconta «chiunque può imparare che dietro un calice di vino ci sono territori, culture e persone diverse.» E dietro il bancone dell’Isola... una passione DOC.


BAR MAGENTA

Poeti, naviganti e sognatori

Il Bar Magenta, dalla fondazione situato all'incrocio fra corso Magenta e via Carducci, con i suoi 109 anni è il più antico di Milano: un'istituzione. Da sempre un variegato crocevia d’incontri e condivisioni; frequentato da universitari, artisti (famosi e no), poeti maledetti, rappresentanti della “beat generation”, rivoluzionari. E poi da yuppy, radical chic, “metallari”, modelle, creativi, naviganti e sognatori che, a tutte le ore, hanno affollato i tavolini esterni sotto la bella insegna liberty, o l’interno col prezioso arredo d'epoca: orologio dorato, banco cassa, credenze e bancone originali. Gente che, pur molto diversa, ha amato l’atmosfera letteraria del locale, la ruvida efficienza dei camerieri (che, però, di panini e birre se ne intendevano) e i propri “dissimili”. Ma i tempi cambiano, si sa. Il bar Magenta ha resistito alle avances di una catena di fast food. Gli auguriamo di non mettersi mai troppo al passo coi tempi.


MERCERIA GRASSI P.

L’allegra stanza dei bottoni

L’insegna di questo negozio (semplicissima e un po’ retrò) evoca una Milano decisamente diversa. Aperta nel 1945 dalla signora Piera Grassi, la Merceria è attualmente gestita dalla nipote Katia Pedrini, figlia del titolare Marco. Entrando, si viene accolti da un’allegra esplosione di colori e da un’incredibile varietà merceologica. Appunto. «Per andare avanti, oggi, bisogna accontentare tutti» ci racconta Katia «perché se una volta si lavorava con le sartorie, oggi sono i privati a chiedercene... di tutti i colori. E vengono persino da fuori Milano! ...Pensare che quando nonna voleva aprire, c’erano otto mercerie nella via e rischiava di non ottenere la licenza» continua Katia, divertita «per fortuna il nostro numero civico è in Via Poliziano, dove ancora non ce n’erano.» Delle otto mercerie, La Grassi P, è rimasta la sola della zona. E in tutta Milano, è ormai una rarità. Come faremmo senza il suo incredibile dispiegamento di bottoni?


AL PASCIÀ

Lentamente, artigianalmente

Il negozio, ospitato dal cinquecentesco palazzo Casati Stampa, apre nel 1905 per iniziativa di un industriale pavese della pipa: il signor Carati. All’epoca, la pipa vinceva sulla sigaretta dieci a uno. Dedicato al mondo degli articoli per il fumo lento, Al Pascià ha visto soltanto tre diverse gestioni familiari. Dagli inizi degli anni ’90, la famiglia Sportelli ha ampliato l’offerta, aprendo alla pelletteria. Porta tabacco e porta pipe, portafogli, portachiavi, borse e valigie. «Tutti oggetti d’alta qualità, fatti rigorosamente a mano da artigiani locali.» Sottolineano i signori Sportelli. «Siamo stati tentati di spostarci» racconta Cosimo Sportelli, amministratore «ma avremmo deluso una clientela di terza e quarta generazione che vuole continuare a trovarci qui». Boiserie in legno scuro, atmosfera d'altri tempi e giusto un restyling all’insegna (degli anni ’80). Nella Via Torino di oggi una bottega è una rarità. Che, però, attrae un pubblico sempre più stanco di centri commerciali.


PASTICCERIA COVA

Il salotto in cui si è fatta la storia

Pasticceria, confetteria, sala da the e bar sono le qualifiche impresse sui tendoni delle vetrine di uno dei più antichi e titolati caffè d’Italia, citato (persino) da Wikipedia. Fondato nel 1817 da Antonio Cova, soldato napoleonico e “offelliere”, dal 1988 è condotto dalla famiglia Faccioli. Fino al bombardamento del 1943 si trovava di fianco alla Scala. Nel 1950 ha aperto in via Montenapoleone. Nel tempo non ha mai cambiato marchio, somigliante a un vero e proprio stemma nobiliare. “Lo storico salotto buono dei milanesi” ha ospitato artisti, scrittori, musicisti, uomini politici e patrioti che insorsero contro gli austriaci nelle cinque giornate del 1848. Ha accolto l’élite culturale dei tempi. Ha visto succedersi ai suoi tavoli personaggi come Mazzini, Boito, Verga e Giuseppe Verdi, immortalato da una celeberrima fotografia. Ha incarnato, insomma, l’essenza stessa di Milano. E continua a farlo, meta indiscussa di tutti i cultori del gusto.


TRATTORIA MASUELLI

La tradizione bolle in pentola

È il 1921 quando Francesco e Virginia Masuelli, di origini piemontesi, aprono la loro osteria. I due figli Giuseppe e Lorenzo succedono ai genitori nel ’55 e alla nascita della rivista La gola (1982), il locale ospita gli incontri dei promotori dello “slow food”. In prima linea Gianni Sassi, già ideatore dei loghi del locale. Le discussioni promuovono la necessità di una “cucina di casa in pubblico”. Che, tradotto da Giuseppe (Pino) Masuelli, significa «trasferire la propria anima nei piatti serviti ai clienti.» Il locale conserva, nella fusione delle tradizioni gastronomiche lombarde e piemontesi, la cifra del suo successo, perfettamente rispecchiata dall’ambiente: soffitti altissimi, boiserie alle pareti, mobili con pezzi originali degli anni ’30, sedie Thonet. Dal 1987 il figlio Massimiliano, chef, affianca Pino e Tina. Di recente, alla squadra si sono aggiunti Andrea (figlio di Massimiliano) e un aiuto-cuoco, formato alla scuola Masuelli. La continuità della tradizione è garantita.


C. GRASSI VETRAIO

Gli abiti dell’arte

Già nella seconda metà dell’800 esisteva il negozio di un vetraio e corniciaio in questa posizione, che si chiamava Castelli. L’attuale bella insegna liberty è del 1925, quando Carlo Grassi, con i due figli, rilevò l'attività, proseguita poi dal solo Pietro. Negli anni seguenti fu la volta dei figli di Pietro: Carlo ed Enrico. Oggi il figlio di Enrico, Marcello, continua a fabbricare cornici di tutte le forme e dimensioni; in tutti gli stili e tipi di legno. Intagliate, anticate, dorate, argentate, laccate o lucidate con antiche tecniche di cui ignoravamo persino l’esistenza. «Il campionario non è mai sufficiente a valorizzare ogni opera d’arte e ad accontentate ogni singolo cliente» spiega il signor Marcello «Perciò noi personalizziamo il più possibile ogni singola cornice.» Semplice, no? Ci vuole solo qualche decennio di esperienza per imparare a farlo. Solo tre generazioni di artigiani. Solo un’inesauribile passione per “i vestiti” delle opere d’arte.


Quello che abbiamo imparato noi.
La tenacia, l’orgoglio, la passione, il rispetto e la dignità. Il garbo, la sapienza, l’umorismo, la speranza e l’ironia. Il fatalismo, la resistenza, storie passate e visioni future. Ringraziamo le “nostre” insegne per gli sfoghi e l’amarezza (che non è mai disperazione). Per il bellissimo italiano (che non è affatto scontato). E per la parlata asciutta e insieme morbida. Con quel retrogusto di sarcasmo trattenuto che è solo (solo!) dei milanesi “dentro”.
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