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Stanley Martin Lieber, conosciuto come Stan Lee, nasce il 28 dicembre 1922 a New York ed è probabilmente l’autore di fumetti “popolari” più conosciuto al mondo. Non per i suoi disegni, ma per le sue idee e soprattutto per la sua innata capacità di trasformare un prodotto editoriale in un fenomeno globale.
È stato per decenni la guida creativa della Marvel Comics, facendola crescere da una piccola casa editrice fino ad arrivare a una multinazionale che domina la cultura pop.

Raccontare la vita e le opere di Stan Lee significa parlare di un visionario, che insieme a fumettisti come Jack Kirby e Steve Ditko ha rivoluzionato negli anni ’60 il concetto di supereroe. C’è anche lo Stan Lee uomo di marketing, accusato dai propri collaboratori di aver preso più meriti di quanti gli spettassero realmente. Resta una grande icona del fumetto, un uomo che ha contribuito a creare storie e personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, tra cui l’indimenticabile Spider-Man.
L’infanzia, le influenze e i primi lavori
Figlio di Celia e Jack Lieber, immigrati ebrei rumeni arrivati negli Stati Uniti all’inizio del 900, Stan Lee non cresce certamente in una famiglia ricca. Il padre lavora nel settore tessile nel contesto della Grande Depressione degli Stati Uniti e la famiglia si sposta spesso tra appartamenti modesti.
Da piccolo la passione di Lee sono i libri e il cinema. Legge continuamente le strisce a fumetti sui quotidiani, ma anche autori come Dickens, Shakespeare, Mark Twain, H.G. Wells ed Edgar Allan Poe. Tra le sue letture non mancano La Bibbia nella traduzione di Re Giacomo: il ritmo di questi scritti plasma il suo modo di scrivere, che è sempre stato ricco e teatrale. Questo stile si trova decenni dopo in ogni sua didascalia, nei discorsi di Doctor Doom, in ogni monologo eroico di Thor. Lee definisce un’altra delle sue letture, cioè La Primula Rossa di Baroness Orczy, come “il primo supereroe di cui abbia mai letto”: il nobiluomo inglese che durante il giorno finge di essere uno scansafatiche e di notte salva i condannati dalla ghigliottina. Qui ritroviamo il tema della maschera che nasconde il vero eroe, molto caro all’autore.

Il suo sogno inizialmente non è di certo fare fumetti, considerati all’epoca una lettura prettamente per bambini e di livello inferiore. Stan Lee vuole scrivere il nuovo “Grande romanzo americano”. Nel frattempo, deve lavorare: da fattorino a redattore di necrologi, passando per l’usciere di teatro, fino al centralinista.
La prima svolta avviene all’età di 17 anni, quando entra nella Timely Comics, la casa editrice di Martin Goodman che decenni dopo sarebbe diventata la Marvel. Inizia dal basso: riempie i calamai, corregge le bozze, cancella le matite delle tavole finite. Del resto, siamo nel 1939, un periodo in cui Lee osserva e impara dai professionisti.
Nel 1941 gli viene concessa finalmente la possibilità di scrivere qualcosa, una storia apparsa su U.S.A. Comics #1 disegnata da Charles Wojtkoski. Stanley decide di firmare i suoi primi fumetti con uno pseudonimo, dato che a quel tempo queste letture erano considerate di serie B. Nasce quindi “Stan Lee”: decide di nascondere il suo vero nome, per il futuro romanzo letterario che vuole scrivere. Un romanzo che non scriverà mai.

Lo pseudonimo, invece, diventa così celebre che nel 1971 Lieber lo adotta come nome legale.
Gli esordi, Captain America, Kirby e la guerra
Sempre nel 1941 scrive i testi di Captain America Foils the Traitor’s Revenge, all’interno di Captain America Comics #3. In questa storia Captain America per la prima volta lancia il suo scudo come un boomerang. Prima di questa storia scritta da Lee lo scudo è un’arma difensiva, non offensiva; dopo, diventa il suo tratto distintivo.
All’interno di Timely Comics in quel periodo gli autori più importanti sono l’editor Joe Simon e il direttore artistico/disegnatore Jack Kirby, gli effettivi creatori di Captain America. Alla fine del 1941, a causa di una disputa salariale, il duo lascia la Timely per la concorrenza, in modo improvviso. Goodman si ritrova senza i suoi autori più importanti. Decide quindi di promuovere Stan Lee, all’epoca diciannovenne, a editor ad interim, ruolo che però ricoprirà per i decenni successivi.

Il 1942 è l’anno di una svolta personale per Stan Lee, che viene chiamato dall’esercito statunitense. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale, ma Lee non viene inviato in combattimento. Grazie alle sue capacità di scrittura viene assegnato invece al Signal Corps e poi alla Training Film Division, dove scrive film di addestramento e slogan motivazionali per l’esercito.
L’autore continua a lavorare per corrispondenza alla Timely Comics. Durante questo periodo accade uno degli episodi più esilaranti e rivelatori del suo carattere. Un giorno il responsabile della posta dell’unità gli dice che non c’è nulla per lui. Ma Lee vede con i propri occhi, nella sua cassetta, una busta con il mittente della Timely Comics. La burocrazia militare si frappone tra lui e il suo lavoro, e Lee, che non ha mai imparato a lasciar perdere, smonta letteralmente con un cacciavite la cassetta postale. Viene denunciato al suo comandante e rischia la corte marziale, ma si salva solo grazie all’intervento di un colonnello. Lee ama concludere questo racconto con una riflessione: “A volte l’unica risposta corretta all’ottusità burocratica è un cacciavite.”

Nel 1945 torna finalmente dalla guerra, ma trova un’industria del fumetto totalmente cambiata. I supereroi hanno ormai stancato e il pubblico si rivolge ad altri generi, seguendo i western, le storie di fantascienza e quelle sentimentali. La Timely Comics diventa Atlas Comics e cerca di accaparrarsi i nuovi gusti del pubblico: Lee lavora quindi a storie di astronauti, cowboy e mostri come Millie the Model, Patsy Walker, Homer the Happy Ghost.
Purtroppo, nel 1957 avviene l’implosione di Atlas Comics: anche se la casa editrice sopravvive all’ondata di censure del “Comics Code”, creato in seguito all’enorme successo del libro Seduction of the Innocent dello psichiatra Fredric Wertham, collassa la sua rete di distribuzione e l’editore riduce nettamente le testate. In quello stesso periodo muore in un incidente ferroviario Joe Maneely, uno degli artisti più talentuosi con cui ha lavorato e suo amico.
Sono anni difficili per l’editoria a fumetti e Lee pensa seriamente di lasciare il settore. A fermarlo è sua moglie Joan.
La rivoluzione Marvel: i Fantastici Quattro e la Silver Age
La moglie di Stan Lee si chiama Joan Clayton Boocock, modella e attrice, e i due si sposano nel 1947. Si tratta di una figura che appare poco nelle storie ufficiali del mondo Marvel, ma che ha avuto un’influenza fondamentale per il lavoro dell’autore. Joan è per decenni la prima lettrice e la più attenta critica di Stan.
Alla fine degli anni ’50 Stan Lee è stanco e sfiduciato dal mondo dei fumetti. Joan gli dà un consiglio che è rimasto nella storia, forse romanticizzato dallo stesso Stan Lee: “scrivi una storia come la vuoi tu, almeno una volta, non per compiacere il tuo editore. Hai comunque poco da perdere”.
Nel 1961 si presenta questa occasione: Goodman chiede a Stan Lee di creare una squadra di supereroi che facesse concorrenza alla Justice League della DC Comics. Da questo spunto nascono I Fantastici Quattro, realizzati con Jack Kirby.

È una rivoluzione per il genere supereroistico. Con I Fantastici Quattro Stan Lee scardina tutti i cliché del supereroe: la novità sta nel modo in cui i protagonisti interagiscono tra loro. Per la prima volta i supereroi devono preoccuparsi di pagare le bollette, hanno dubbi e non hanno un’identità segreta, ma sono riconoscibili e assediati dai media. Il loro quartier generale non è una caverna buia, ma un grattacielo al centro di New York. Si tratta di una vera e propria rottura con l’idea di un supereroe semi-dio: Reed Richards (Mister Fantastic), Susan Storm (La donna invisibile), Johnny Storm (La Torcia umana) e Ben Grimm (La Cosa) sono personaggi in cui i lettori, ormai non più adolescenti, possono riconoscersi. Siamo nella piena “Silver Age” dei comics americani, con pubblicazioni in cui i supereroi sono rappresentati come umani qualunque, con i loro problemi, aspirazioni e fallimenti.

Il grande successo editoriale de I Fantastici Quattro apre una stagione creativa ricca di nuovi personaggi, creati da Stan Lee in pochi anni, tra il 1961 e il 1965:
L’Incredibile Hulk arriva nel maggio del 1962, ispirato dal romanzo di Robert Louis Stevenson “The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. L’idea di partenza, cioè uno scienziato che viene trasformato in un mostro con una forza sovrumana a causa dell’esposizione a radiazioni gamma, è un cliché della fantascienza, ma il centro della storia è proprio il rapporto tra Bruce Banner e la sua bestia interiore.
Una curiosità: nel primo numero, Hulk non è verde, il colore comunemente associato a questo personaggio. Stan Lee sceglie infatti il grigio, per non associare il personaggio a nessuna etnia. Purtroppo, i macchinari di stampa dell’epoca hanno difficoltà a mantenere una tonalità uniforme di grigio su tutta la tiratura, e ogni copia esce con una sfumatura leggermente diversa. Dal secondo numero, si passa al verde, più semplice da stampare. L’Hulk grigio tornerà anni dopo, con il personaggio dal nome Joe Fixit, creato da Peter David e Todd McFarlane, praticamente la versione gangster di Hulk.

Thor (“The Mighty Thor”) esce pochi mesi dopo, nell’agosto del 1962 su Journey into Mystery #83, disegnato da Jack Kirby. Thor è il primo eroe Marvel a poggiare su una mitologia preesistente, quella norrena, e il primo a provenire esplicitamente da un altro mondo. Lee gli attribuisce un modo di parlare arcaico, ispirato chiaramente a Shakespeare e alla Bibbia di Re Giacomo, con un gergo da tragedia elisabettiana che rende il Dio del tuono allo stesso tempo maestoso e involontariamente comico.

Iron Man arriva l’anno dopo, nel 1963, inizialmente con un design poco riconoscibile per un lettore moderno. Si tratta di un personaggio controverso per l’epoca. Tony Stark incarna tutto ciò che il pubblico giovanile della contro-cultura degli anni ’60 detesta: un imprenditore multimiliardario, che fabbrica armi. Un personaggio arrogante, pieno di sé, ma che comunque viene amato dai lettori, e che in futuro diventerà il centro dell’MCU, il Marvel Cinematic Universe.

Spider-Man è un discorso a parte. Dopo il successo de I Fantastici Quattro e Thor, che debuttano in fumetti dedicati, i supereroi successivi sono presentati per la prima volta in serie antologiche. Proprio sull’ultimo numero di Amazing Fantasy nell’agosto del 1962 appare Spider-Man. Inizialmente è previsto che fosse Jack Kirby a disegnarlo, ma Lee affida questo compito a Steve Ditko, che disegna l’iconico costume e lo spara-ragnatele. La grande novità di Spider-Man è ancora una volta la “normalità” con cui viene dipinto il supereroe: un po’ nerd, con le sue responsabilità quotidiane, i compiti, le difficoltà economiche, il bullismo, l’ansia sociale, il senso di colpa per la morte dello zio Ben. Problemi autentici, che per la prima volta vengono impressi su carta con un supereroe come protagonista.

Gli X-Men arrivano l’anno dopo, nel 1963, probabilmente il fumetto Marvel più politico. La storia ruota attorno a un gruppo di mutanti con poteri incredibili, perseguitati però dalle istituzioni e dalla società che li odia. Si tratta chiaramente di una metafora riguardo l’emarginazione delle minoranze, della paura dell’altro. Il confronto tra Professor X (che professa l’integrazione non violenta) e Magneto (che predica invece la resistenza, anche armata), negli anni successivi è stata valutata come una metafora del dibattito tra Martin Luther King e Malcolm X.

Questi sono solo alcuni degli oltre 350 personaggi, tra maggiori e minori, creati da Stan Lee.
Lo stile, le innovazioni narrative e il Metodo Marvel
Stan Lee non è solo un autore ricco di idee: il suo contributo è rivoluzionario per il mondo dei fumetti per il suo modo di scrivere, per l’apporto linguistico e soprattutto per il modo di costruire un rapporto speciale con i lettori. I dialoghi dei suoi personaggi sono infatti colloquiali, ironici, infarciti di slang, battute e meta-umorismo.
Da “It’s Clobberin’ Time!” della Cosa al “Your Friendly Neighborhood Spider-Man”, si percepisce un contrasto molto netto rispetto allo stile più rigido e antiquato dei fumetti dell’epoca.
Lee usava volutamente un vocabolario ricercato: “Se un ragazzino deve andare a cercare una parola sul dizionario, non è la cosa peggiore che possa capitargli”.
Famosi i suoi editoriali mensili, come ad esempio la rubrica Stan’s Soapbox sui Bullpen Bulletins, vere e proprie “lezioni” mascherate da chiacchiere tra amici. Qui Lee parla di razzismo, di guerra, di diversità, con un tono diretto e mai da predica. In uno dei Soapbox più famosi, nel 1968, scrive:
“Il razzismo è tra i mali sociali più letali del mondo di oggi. Ma, a differenza di una squadra di supercriminali in costume, non si ferma con un pugno sul naso o con un raggio laser. L’unico modo per distruggerlo è smascherarlo. Prima o poi dovremo imparare a giudicarci a vicenda per ciò che valiamo”.
Per gestire l’enorme mole di lavoro, Stan Lee adotta un metodo, chiamato successivamente il Metodo Marvel, che definisce l’identità visiva e narrativa dell’intera Silver Age americana. Invece di consegnare agli artisti una sceneggiatura completa con le didascalie e i dialoghi già scritti (il metodo standard dell’epoca, imposto da editor come Julie Schwartz alla DC), Lee discute con ciascun disegnatore una trama sommaria, a volte di poche righe, a volte una sola frase come “Reed e Sue litigano, la Cosa si sente in colpa, arriva Namor a complicare tutto”, e lascia poi all’artista la totale libertà nella composizione delle tavole. Solo dopo, sulle pagine già disegnate e inchiostrate, torna e scrive dialoghi, didascalie e testi in ogni balloon.

Questo metodo è molto efficace e perfetto per tenere una maggiore produttività, ma ha un rovescio della medaglia, un vero e proprio difetto strutturale. Poiché le trame nascono da conversazioni orali di cui non esiste alcun documento scritto, e poiché è Lee a mettere per iscritto la storia finita con il suo nome come sceneggiatore, la paternità reale del materiale è deliberatamente ambigua. Questa forse è la più grande controversia legata a Stan Lee, che negli anni si è scontrato con molti disegnatori.
È pur vero che Lee resta un grande innovatore soprattutto riguardo il rapporto con il pubblico. Introduce ad esempio i crediti completi in apertura di ogni storia, non solo sceneggiatore e disegnatore, ma anche inchiostratore e letterista, in un’epoca in cui queste figure erano quasi sempre anonime.
Soprattutto durante gli anni ’60 e ’70 Lee usa le pagine della Marvel per affrontare temi sociali scottanti. Con Kirby crea nel 1966 Black Panther, il primo supereroe nero del fumetto mainstream americano, re di una nazione africana tecnologicamente avanzata. Con Gene Colan crea il Falcon nel 1969, primo supereroe nero con un ruolo da protagonista continuativo.
L’episodio più curioso riguarda però Spider-Man. Nel 1971 il Dipartimento della Salute del governo statunitense contatta la Marvel chiedendo di pubblicare una storia sui pericoli delle droghe. Lee scrive una trilogia di tre numeri (The Amazing Spider-Man #96–98) in cui Harry Osborn, amico di Peter Parker, diventa dipendente da pillole. La storia è chiaramente contro la droga, senza alcuna ambiguità. Eppure il Comics Code Authority, l’organo di autocensura dell’industria fumettistica nato nel 1954, rifiuta di apporre il proprio sigillo perché il regolamento vieta qualsiasi rappresentazione dell’uso di stupefacenti, in qualunque contesto. Lee, con il supporto dell’editore Goodman, decide di pubblicare lo stesso senza sigillo. È la prima volta che una grande casa editrice lo fa in decenni: le vendite sono ottime, la stampa laica elogia la scelta. La DC, osservando l’esito, fa lo stesso di lì a poco con una storia analoga su Green Arrow e Green Lantern. Poco dopo il Comics Code viene riformato e il divieto sulle droghe rimosso.
Da autore a icona pop: Hollywood e i cameo
Nel 1972 Lee smette di scrivere i fumetti mensili e diventa editore e direttore creativo della Marvel. Negli anni successivi la sua figura si trasforma sempre più in quella di volto pubblico e ambasciatore del marchio: convention, conferenze nei college, apparizioni mediatiche. Nel 1981 si trasferisce a Los Angeles per sviluppare le proprietà Marvel per cinema e televisione.
I risultati, all’inizio, sono modesti: gli anni ’80 portano serie animate e qualche produzione televisiva. I primi grandi successi al cinema arrivano tra fine anni ’90 e inizio 2000 con Blade (1998), X-Men (2000) e Spider-Man (2002), ma il vero trionfo cinematografico, con la nascita del Marvel Cinematic Universe, arriverà solo nel 2008.

La prima apparizione/cameo di Stan Lee risale al 1989, nel film TV The Trial of the Incredible Hulk, dove compare tra i giurati. Da Iron Man (2008) in poi, Lee appare in pressoché ogni film del MCU, in piccoli ruoli spesso autoironici. Curiosamente, in uno dei cameo più amati, nel film I Fantastici 4 del 2005, Lee interpreta proprio Willie Lumpkin, il postino nato da una sua vecchia striscia per quotidiani.
L’eredità di Stan Lee
Stan Lee ci ha lasciato il 12 novembre del 2018, all’età di 95 anni. Due giorni prima, il suo successore alla Marvel, Roy Thomas, va a trovarlo per discutere di un libro in preparazione. Lee lo saluta con queste parole: “God bless. Take care of my boy, Roy”. Molti interpretano il “ragazzo” come un riferimento a Spider-Man.
Di questo iconico autore rimane l’idea del supereroe imperfetto, fragile, umano. Si tratta di un’intuizione che ha cambiato per sempre il mondo del fumetto popolare americano e che decenni dopo è rimasta la base del cinema di intrattenimento che ha ottenuto il più grande successo popolare ed economico al mondo. Il Marvel Cinematic Universe, infatti, con i suoi miliardi di incassi, poggia in buona parte su personaggi e dinamiche nate in quelle redazioni newyorkesi degli anni ’60.
Resta anche il concetto di universo condiviso, un modello narrativo oggi imitato ovunque, dal cinema alle serie ai videogiochi. E non manca il dibattito perenne sul fatto che Lee sia un genio della narrazione o, semplicemente, un genio della comunicazione di sé stesso. Con tutta probabilità è entrambe le cose.
Nota editoriale
Le immagini utilizzate nell’articolo sono citate in ossequio al diritto di critica e discussione.
Consigliamo caldamente di acquistare e leggere la produzione artistica di Stan Lee e i fumetti Marvel, sostenendo il mondo del fumetto.
Sito fumetti Marvel italia: https://www.panini.it/shp_ita_it/fumetti/marvel.html
Sito Ufficiale Marvel: https://www.marvel.com/comics
