Cinque macchine che hanno cambiato il mondo della stampa

Cinque macchine che hanno cambiato il mondo della stampa

Giovanni Blandino Pubblicato il 5/19/2021

Riepilogo Contenuti

Idee, iniziative imprenditoriali, clamorose dimenticanze, brevetti e inventori… questi sono solo alcuni degli ingredienti delle storie che vi stiamo per raccontare: oggi vi presentiamo cinque macchine che, a partire dall’Ottocento, hanno rivoluzionato il mondo della stampa. Tipografi, scienziati e inventori non hanno mai smesso di cercare delle migliorie alla fantastica invenzione di Gutenberg: la stampa a caratteri mobili. In particolare, a partire dall’Ottocento, delle ingegnose macchine tentarono di agevolare diverse attività legate alla stampa, come ad esempio: la composizione delle pagine, la creazione dei caratteri e la stampa vera e propria. Linotype, rotativa, macchina di stampa offset, Lumitype sono alcune delle invenzioni che, per i motivi più diversi, ebbero più successo e contribuirono a definire quella che oggi chiamiamo “stampa”. Queste macchine hanno permesso di stampare di più, più velocemente, con più efficienza traghettando la stampa dalla rivoluzione industriale e quella digitale.

La rotativa

Grandi rulli dove scorrono a velocità pazzesche i giornali appena stampati, chi non ha questa immagine in testa? Le rotative sono entrate oggi nell’immaginario comune, questa invenzione è però apparsa relativamente tardi nella storia della stampa. Solo nell’Ottocento, infatti, si cominciò a pensare a un sistema che sostituisse la pressa tipografica che, sostanzialmente, era rimasta invariata dai tempi di Gutenberg. L’idea è semplice: sostituire tutte le superfici piane degli organi di stampa con cilindri in rotazione, un cilindro sostiene la forma inchiostrata, l’altro sostiene il foglio. Può sembrare un’invenzione da poco, ma passare dalla pressa tipografica piana al cilindro rivoluzionò il mondo della stampa e permise molto più efficacemente di sfruttare le scoperte della rivoluzione industriale: la macchina a vapore e in seguito l’energia elettrica. Tutto diventò più veloce, più grande, più efficiente: si dà il via alla stampa come processo industriale. Ci si arrivò per gradi e per una somma di intuizioni. Nel 1814 l’inventore tedesco Friedrich Koenig mise a punto la prima pressa pianocilindrica, azionata a vapore che permetteva di aumentare la velocità di stampa da 300 a 1100 fogli all’ora. Trent’anni dopo. L’americano Richard March Hoe prese quella invenzione e la migliorò realizzando la prima vera e propria rotativa. Qualche anno dopo sostituì i fogli singoli con le bobine, ovvero grandi nastri di carta.
Una rotativa a sei cilindri degli anni Sessanta dell’Ottocento
La prima rotativa tipografica di questo tipo fu installata al Times di Londra nel 1870: era capace di produrre circa 12.000 segnature di 4 pagine l’ora. Oggi alcune rotative fanno viaggiare i fogli a circa 30 km/h e stampano oltre 60mila copie all’ora. La macchina di stampa offset su carta Questa che vedete è la prima macchina di stampa offset su carta ed è nata da un errore. Ma ci arriviamo tra un attimo.
Stampante litografica offset di Rubel (Immagine: National Museum of American History)
La tecnica di stampa offset è una delle invenzioni rese possibili dal meccanismo della rotativa. Si basa infatti su tre cilindri: l’immagine è trasferita dalla forma inchiostrata ad un cilindro intermedio rivestito di tessuto gommato (caucciù) e da questo al supporto di stampa. Proprio il trasferimento dell’immagine sul caucciù nacque per… una dimenticanza. Nel 1901 il litografo americano Ira Washington Rubel si dimenticò di inserire il foglio nella pressa litografica che stava usando così l’immagine rimase impressa sul caucciù del cilindro che serviva per tenere salda la carta. Quando, accortosi dell’errore, inserì il foglio tra i cilindri, Rubel notò che la stampa dal cilindro di caucciù era molto più definita di quella dalla matrice in pietra. Subito Rubel capì l’importanza di quello che aveva scoperto. Mise a punto la prima macchina di stampa offset che sfruttava questo principio in una piccola fabbrica di New York. Il primo modello fu acquistato dalla Union Lithographic Company of San Francisco nel 1905 e fu spedita verso la costa ovest. Ma un terribile terremoto a San Francisco e un incendio al porto di Oakland ritardarono l’arrivo e la messa in funzione della macchina che iniziò ad essere utilizzata solo nel 1907. Stampava circa 2500 fogli all’ora. Questa stessa macchina è ora conservata allo Smithsonian Institute di Washington (di cui abbiamo parlato anche qui).

Linotype

Dall’invenzione della stampa fino all’età industriale, c’era un’attività rimasta immutata per quattro secoli: la composizione delle pagine.
Immagine: Smithsonian Institute
Nelle vivaci botteghe degli editori nel Quattrocento così come nelle grandi tipografie ottocentesche, il compositore continuava a lavorare manualmente sistemando carattere su carattere per formare le righe nel compositoio. La pagina così creata era pronta per essere inchiostrata e mandata in stampa. Dopodiché il compositore doveva scomporre la pagina. Con l’invenzione della macchina a vapore e l’inizio della rivoluzione industriale si cercò da subito di meccanizzare quest’operazione, ma per molti anni le invenzioni su susseguirono senza particolare successo. Poi arrivò la linotype. Inventata nel 1881 da un tedesco emigrato negli Stati Uniti, Ottmar Mergenthaler, la Linotype (contrazione per “line of types”, ovvero linea di caratteri) rivoluzionò il mondo della stampa, si diffuse in pochi anni, rivoluzionando il mondo della stampa. Fu la prima macchina per la composizione tipografica automatica: si trattava di una sorta di macchina da scrivere collegata a una fonderia in miniatura. Il linotipista digitava il testo su una tastiera, la pressione di un tasto liberava la matrice del carattere corrispondente che andava a “cadere” sulla riga di testo. Una volta completata la riga, questa veniva automaticamente trasportata in un’altra area della macchina dove veniva fatto colare del metallo fuso all’interno delle matrici. Si formava così un’intera riga. Le righe fuse e impilate venivano infine inchiostrate e usate per imprimere i caratteri sui fogli. In questo interessante video vediamo tutti questi passaggi operati in una macchina storica del Museo della Stampa e della Comunicazione grafica di Lione, in Francia. La prima linotype fu installata nel 1886 al New York Tribune. La macchina era estremamente complessa, composta da migliaia e migliaia di parti, e la storia della sua invenzione è fatta di continue migliorie portate avanti con vivace spirito imprenditoriale (qui trovate un interessante approfondimento di un appassionato). Nel 1889 la linotype si guadagna il «Grand Prix» all’Esposizione mondiale di Parigi del 1889 e in pochi anni si diffonde capillarmente nelle tipografie di mezzo mondo. Solo con l’avvento della fotocomposizione negli anni Settanta, questa straordinaria macchina iniziò a cadere in disuso. La Lumitype e la fotocomposizione A metà del Novecento il processo di composizione “a caldo” della Linotype inizia ad essere sostituito con la composizione “a freddo”. È un’altra rivoluzione: nasce la fotocomposizione. Niente più linee di caratteri fusi al momento, la composizione della pagina è eseguita su una macchina e tramite una fotounità impressa su pellicola. Dalla pellicola si potevano più facilmente impressionare le lastre da utilizzare nella stampa offset.
Lumitype 550 del 1965 (Immagine: Rama [CC BY-SA 3.0])
La prima macchina per la fotocomposizione si chiamava Lumitype e fu inventata nel 1946 da due ingegneri elettrici francesi: René Higonnet e Louis Moyroud. I due però dovettero trasferirsi negli Stati Uniti per trovare qualcuno interessato alla loro invenzione: nasce la Lumitype Photon prodotta dalla Lithomat a New York in 1949. Il primo libro interamente impaginato con la fotocomposizione si intitolava “The Wonderful World of Insects” e nella quarta di copertina si trovavano queste parole: “Siamo orgogliosi che il libro sia stato scelto per essere la prima opera composta con questa macchina rivoluzionaria. . .” La fotocomposizione negli anni Settanta divenne più economica e liberò le energie creative anche di piccole realtà tipografiche: era possibile usare una quantità di font inimmaginabile prima d’ora, si potevano stampare in ogni dimensione ed erano molto più facili da comporre insieme a immagini e grafica.

Il computer

A determinare il declino della fotocompositrice fu un’altra, straordinaria macchina: il computer.
Un Apple Macintosh del 1984. Immagine: Smithsonian Institute
A partire dagli anni Ottanta la diffusione degli strumenti informatici permise di comporre la pagina sul videoterminale. Quest’ultima poteva essere con la tecnica Computer to film, che permette di ricavare la pellicola e successivamente usarla per la creazione delle forme da stampa; oppure con la tecnica Computer to plate che consente di ottenere direttamente le forme da stampa, eliminando tutti i passaggi della fotocomposizione (montaggio, esposizione e sviluppo pellicole, esposizione e sviluppo lastre). I personal computer iniziano a comparire in ogni casa, rendendo possibile a chiunque di impaginare i propri documenti e, con l’invenzione delle stampanti inkjet e laser, stampare in casa propria. È l’inizio della rivoluzione digitale… ma questa è tutta un’altra storia.   Quale sarà la prossima macchina che cambierà radicalmente il mondo della stampa?