The New Yorker, il magazine dei magazine

The New Yorker, il magazine dei magazine

Alessandro Bonaccorsi Pubblicato il 1/17/2024

Alcuni sostengono che la città di New York sia diversa dal resto dell’America, che non la rappresenti, che ne incarni l’anima più elitaria, progressista, culturalmente aperta, creativa. In genere quelli che amano follemente NY ci abitano e non credono che ci siano posti al mondo più interessanti della città in cui abitano.

È con queste premesse che nel 1925 due giornalisti fondano una rivista che farà storia: vogliono che parli soltanto di New York e dei suoi abitanti e lo faranno così bene che influenzeranno l’idea che tutto il resto del mondo si farà di quella città. Quasi cento anni fa nasceva The New Yorker (letteralmente “Il Newyorchese”) che voleva raccontare la città dal suo interno, come un microcosmo a sé stante, splendido ed interessante.

Uno spirito un po’ snob, un’ironia caustica, un’aura malinconica, sostenute da una esaltazione per la città e la sua mitologia, sono gli ingredienti che rendono il New Yorker, da quasi cento anni, perfetto per raccontare la Grande Mela al resto del mondo.

Nel 2019, la sua tiratura era arrivata ad oltre 1 milione di copie vendute in tutto il mondo: per una rivista in fondo letteraria, in cui gli articoli sono lunghissimi e non si usano praticamente foto, è un successo incredibile.

Certo, gli americani sono sempre stati bravissimi a far credere a tutto il mondo che tutto ciò che arrivava dalla Grande Mela era di importanza capitale, bello e interessante. Le serie tv e il cinema degli ultimi 30 anni hanno sostenuto il nuovo mito di New York, che da città rumorosa, sporca e violenta, per quanto vivace culturalmente, è diventata culla della moda, del glamour, dell’arte e della bella vita. E anche la letteratura ha avuto il suo ruolo, con centinaia di libri ambientati a New York, come ad esempio quelli di grande successo dello scrittore Paul Auster.

Andiamo a scoprire la storia e le caratteristiche anche grafiche di uno dei magazine più famosi al mondo.

Una rivista che si sfoglia come un giornale

Una delle caratteristiche tattili del New Yorker è la leggerezza della carta, che, se in altri casi potrebbe sembrare sinonimo di risparmio, qui diventa un vezzo per migliorare la lettura: le pagine sono leggere come quelle di un quotidiano, perché la rivista è fatta per essere letta avidamente e non si sente il bisogno di usare carte patinate o più spesse per far risaltare foto o illustrazioni a tutta pagina.

Il formato è di 20×27 centimetri, qualcosa di meno dell’A4 (leggermente ridotto qualche anno fa rispetto al formato originario), il che favorisce le spedizioni e permette una maneggevolezza tale da poter essere arrotolata.
Questo a significare che i contenuti sono il cuore del New Yorker, non i fronzoli, non la patinatura: nelle sue pagine si fa cultura, si raccontano storie, si parla di arte, di filosofia, di politica, non di lifestyle, di oggetti, di moda. E non c’è niente da vendere, tanto che anche gli annunci sono pochi e per niente invadenti.

Non è una rivista basata sull’apparenza, ma sulla sostanza e il suo aspetto spartano tiene fede a questa definizione.

Intelligenza e umorismo

Il New Yorker è famoso per i suoi articoli che possono essere anche molto lunghi, sfumando il confine tra letteratura e giornalismo, coinvolgendo grandi scrittori oltre ad affermati giornalisti.

Il termine con cui sono indicati i pezzi della rivista è “short fiction” (in italiano “Narrativa breve”) e in effetti vi hanno scritto autori come Haruki Murakami, Stephen King, JD Salinger, Philip Roth, Woody Allen, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges e molti altri.

La grafica è molto semplice, simile a quella di un libro perché deve permettere una lettura senza disturbi. Il testo è poi intervallato da disegni, illustrazioni, cartoon (fumetti) e vignette, in una ridda variopinta di stili e di qualità.

I nomi più famosi che vengono in mente tra gli artisti coinvolti nel corso della storia della rivista sono quelli di Saul Steinberg, del francese Jean-Jacques Sempé, di Art Spiegelman (l’autore del famoso graphic novel “Maus”), dell’illustratore goticheggiante Edward Gorey, ma è impossibile elencarli tutti. Si può solo dire che molti tra i migliori illustratori di ogni tempo sono stati chiamati a creare immagini interne e copertine.

D’altronde, il giornalista Harold Ross. che negli anni Venti fu uno dei fondatori del New Yorker, ebbe a dire che “Il New Yorker si aspetta di distinguersi per le sue illustrazioni, che includeranno caricature, schizzi, vignette e disegni umoristici e satirici in linea con il suo scopo”. Fu così che già negli anni Quaranta questa attenzione verso l’arte figurativa, fece sì che arrivassero in redazione, ogni settimana, oltre 2500 disegni che speravano di essere pubblicati!

Considerando che ogni numero conta al massimo una trentina di disegni e illustrazioni, oltre ad altrettanti disegnini (commissionati ad un solo autore), si capisce come il lavoro dell’Art Director di questa rivista sia sempre stato molto impegnativo.

Una grafica minimale ed elegante

Per una rivista che punta quasi tutto sui contenuti scritti, è necessaria un’impaginazione semplice: vengono usate tre colonne per gli articoli, di cui le due più esterne per inserire a tutta larghezza disegni e illustrazioni, qualche rara foto e i testi poetici o le citazioni.

A volte gli articoli iniziano con una foto o illustrazione a tutta pagina, ma non c’è una vera propria regola.

I font utilizzati sono soltanto due: per le testate si usa un font originale disegnato nel 1925 dal primo direttore creativo della rivista, Rea Irvin, mentre per i testi interni si usa il Caslon, un grande classico della tipografia, che una derivazione settecentesca, meno estrosa, del più famoso Garamond.

“L’idea generale del layout del New Yorker si basava sulla collaudata formula della rivista dell’horror vacui, o “paura del vuoto”. Sono stati evitati campi aperti di bianco non stampato, il che ha senso, dopo tutto, in una città in cui gli immobili sono così costosi. Solo alla poesia veniva concesso il lusso dello spazio.”

Questa analisi di Eye Magazine, uno dei graphic design magazine più importanti al mondo, spiega bene il rapporto della rivista con il landscape della città che racconta e che simboleggia.

Interessanti alcuni tocchi quasi impercettibili, come l’utilizzo di righe tipografiche (“filetti”) tremolanti, sottili e disegnate a mano che separano gli articoli l’uno dall’altro, dato che il testo non ha soluzione di continuità ed ogni articolo o sezione può iniziare dove vuole, favorendo una sorta di flusso ininterrotto di lettura.

L’uso dei disegni e delle illustrazioni

Una delle peculiarità del New Yorker è l’uso intelligente di disegni e illustrazioni, sia in copertina (ne parleremo nell’ultimo paragrafo), sia al suo interno.

È necessario, per il caso del New Yorker, distinguere bene tra tipi di immagine, perché la rivista, come se il tempo non fosse mai passato, continua ad usare disegni in bianco e nero e non solo per le sue storiche vignette (adesso in Italia tradotte e riprese da Internazionale, ma in passato d’ispirazione per le vignette tutte nostrane che movimentavano la storica Settimana Enigmistica).

Ci troveremo quindi illustrazioni colorate, anche con stili moderni e fatte in digitale, disegni al tratto, fatti ad inchiostro, disegnini di intermezzo e poi vignette umoristiche che spesso non hanno grande valore artistico. Questa mescolanza di stili e di livelli funziona, perché coerente con gli obiettivi della rivista e con la città che rappresenta, vero e proprio patchwork culturale.

L’uso delle illustrazioni dà un tocco di moderno in un contesto grafico démodé rimasto fedele a sé stesso, mentre i disegni, anche quando realizzati in digitale, mantengono un fresco sapore vintage, elegante e senza tempo. È proprio il New Yorker a rendere memorabile l’uso degli “Spot Drawing”, che viene inserito a cavallo delle colonne per rompere la monotonia del testo (anche questo espediente possiamo ritrovarlo, ad esempio, nelle pagine della rivista italiana Internazionale).

Come dicevamo in precedenza, sono tanti e famosi gli artisti che si alternano sulle pagine della rivista, ma uno più di tutti ha legato la sua vita professionale al New Yorker, in una fortunata simbiosi creativa: Saul Steinberg.

L’artista rumeno-americano realizzerà nella sua lunga vita professionale ben 85 copertine e oltre 600 disegni e illustrazioni interne, legando indissolubilmente il suo nome alla rivista, soprattutto quando nel 1976 realizza quella che sarà ricordata come la copertina più iconica, ovvero “View of the World from 9th Avenue”, una ironica e geniale metafora di come ogni newyorchese in fondo pensi che il mondo finisca poco oltre la Nona strada.

Un secolo di copertine memorabili

Se la copertina di una rivista è importante per la sua vendita in edicola, nel caso del New Yorker lo è ancora di più perché ogni numero si riconosce proprio dal disegno o dall’illustrazione in copertina, sempre diversa, sempre originale. Queste immagini non hanno necessariamente qualcosa a che vedere con gli articoli interni, bensì, come dichiarato dalla storica art director Francois Mouly, cercano di rappresentare lo spirito del periodo in cui esce la rivista che, di settimana in settimana, può cambiare molto repentinamente.
I più grandi illustratori del mondo hanno realizzato copertine per la rivista newyorchese: oltre ai già citati Steinberg, Gorey e Sempè, o agli storici Jean-Michel Folon e Robert Blechmann, l’italiano Lorenzo Mattotti è uno degli artisti più apprezzati, avendone realizzate oltre 30, così come negli ultimi anni l’illustratore tedesco Christoph Niemann oppure Anita Kunz, illustratrice tra le maggiori degli ultimi decenni.

Molte delle copertine tradiscono l’eleganza snob della rivista usando un sarcasmo che spesso sfiora il cattivo gusto, tanto da creare scandali, discussioni e dibattiti, non soltanto in America; le copertine più politiche, realizzate spesso da cartoonist satirici, sono state oggetto anche di pesanti critiche, ma fu molto discussa la copertina che il fumettista Art Spiegelman realizzò dopo l’11 settembre, forse il momento più iconico di tutta la storia del New Yorker: due monoliti neri che sovrastano i font di testata, come monumenti funebri.

In conclusione, seppure in un periodo di crisi della carta stampata, il New Yorker continua ad incarnare non soltanto lo spirito di una città, ma l’esempio di come una rivista se ben scritta, ben progettata e ben illustrata possa superare le mode, le crisi, le guerre, e diventare uno dei periodici più amati e venduti di tutto il mondo.

Tra due anni si celebrerà il centenario, sperando che sia soltanto l’inizio di un altro secolo memorabile.

Fonti delle immagini

https://www.newyorker.com/

https://en.wikipedia.org/

https://www.eyemagazine.com/feature/article/a-new-york-state-of-mind

https://www.itsnicethat.com/news/jean-jacques-sempe-obituary-illustration-120822

https://www.behance.net/gallery/22768615/The-New-Yorker

https://www.zackhample.com/the-new-yorker-june-23-2014

https://www.boredpanda.com/the-new-yorker-cartoons/