I maestri del graphic design: Paula Scher

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Paula Scher da giovane voleva fare l’artista.

Al college, il Tyler School of Art, ha capito di non essere molto brava a dipingere e ha scoperto il graphic design. Non è stato amore a prima vista. Al primo anno ha seguito un corso di basic design – incentrato sulle idee della Scuola Svizzera e con metodologie d’insegnamento proveniente dal Bauhaus – che ha trovato poco interessante. Con il secondo corso, all’ultimo anno, le cose sono diventate più interessanti. Ha capito che il Graphic Design non riguarda solo la gestione e l’organizzare elementi su un foglio, ma riguarda le idee.

Su consiglio di uno dei suoi docenti, dopo il college, si trasferisce a New York. Siamo agli inizi degli anni ’70. Comincia a collaborare prima con la casa editrice Random House e poi con la casa discografica CBS. Per la CBS nei primi tempi si occupa di promozioni e pubblicità, poi — dopo un breve passaggio all’Atlantic Records – si occupa delle copertine dei dischi. Progetta 150 copertine all’anno. È in quel periodo che impara l’arte di presentare e difendere il suo lavoro. Le copertine dei dischi dovevano essere approvate dalle band. Era fondamentale essere capaci di saper spiegare il lavoro svolto e acquisire la fiducia degli artisti.

Tra le copertine curate da Paula Scher c’è questa dei Boston, per la quale ancora non si spiega l’incredibile successo che ha avuto.

La copertina dei Boston curata da Paula Scher

Si sposa nel 1973 con Seymour Chwast, un’altra celebrità del mondo della grafica, fondatore dei Push Pin Studios, assieme a Milton Glaser. Divorzieranno, restando separati per sei anni, per poi risposarsi di nuovo. Assieme nella vita, separati nel lavoro. Negli anni non hanno mai collaborato per nessun progetto.

Alla fine degli anni ’70, con la mentore Henrietta Condak, ha riscoperto il modernismo del XX secolo: i costruttivisti, il dadaismo, De Stijl, tutti i movimenti popolari dal 1914 al 1940. Buona parte del suo vocabolario visivo viene dalle sperimentazioni di quel periodo, basate sugli approcci di quei movimenti. Uno dei suoi progetti più famosi di quegli anni è il manifesto “Best of Jazz” del 1979.

Il manifesto “Best of Jazz”

Nel 1982 lascia la CBS per aprire un suo studio con l’obiettivo di lavorare per qualche rivista. Nonostante avesse ricevuto già numerosi premi per il suo lavoro alla CBS non è riuscita a trovare subito un magazine da progettare, fino a quando la rivista Time non le affida Quality.

La collaborazione col Public Theatre di New York

Nel 1991 diventa partner di Pentagram, il prestigioso studio di design fondato da Alan Fletcher. È la prima donna. Dopo qualche anno, comincia una delle collaborazioni più durature della sua carriera, quella con il Public Theatre. Una collaborazione che nel 2019 ha computo 25 anni. Per l’occasione ha pubblicato il libro Twenty-Five Years at the Public, A Love Story, dove racconta del lavoro svolto in questo anni.

Una doppia pagina tratta da Twenty-Five Years at the Public, A Love Story

Per il Public ancora oggi cura l’identità visiva, si occupa dei manifesti degli spettacoli e dell’annuale rassegna estiva dedicata alle opere di Shakespeare, Shakespeare in the Park.

Nel 1995 progetta il manifesto che diventerà una vera e propria icona grafica, quello dello spettacolo Bring in ’da Noise, Bring in ’da Funk. Negli anni a seguire quello stile e quell’uso della tipografia sarà ripreso da molti altri manifesti teatrali e non solo. Noise/Funk è il manifesto che viene spesso usato per sintetizzare il lavoro di Paula Scher. Anche se non è il suo preferito è sicuramente una sintesi della sua idea di graphic design.

Il manifesto dello spettacolo Bring in ’da Noise, Bring in ’da Funk

A un certo pinto lo stile tipografico dei manifesti Noise/Funk era proprio dappertutto. Paula Scher decisi quindi di cambiare approccio nella stagione successiva, per poi cambiare ogni anno, per ogni stagione.

Nel 2001 la collaborazione con il Public diventa pro-bono (gratuita), e per un periodo entra anche a far parte del consiglio di amministrazione del teatro. Dà poi le dimissioni quando è coinvolta nel rifacimento della hall.

Il manifesto per la rassegna Shakespeare in the Park del 2005

Le identità visive di MoMa, Met e il Sundance festival

In Twenty-Five Years at the Public Paula Scher racconta della genesi della collaborazione e della sua evoluzione. Di come sia cambiata negli anni e di come a un certo punto sia diventato il suo progetto di “ricerca e sviluppo”. Quello che ha imparato dai successi e dagli errori l’ha applicato quando è stata coinvolta nella progettazione dell’identità visiva del MoMa, del Met (Metropolitan Museum of Art), del New York City Ballet o della New York Philharmonic.

Negli anni ha collaborato con il Sundance Festival (il festival del cinema indipendente fondato da Robert Redford), per il quale che progettato l’identità visiva dell’istituto che lo gestisce e quella di un paio di edizioni.

I manifesti del Sundance Festival del 2013

Paula Scher non ha progettato identità visive solo per teatri, musei o eventi. Nel 2012 ha realizzato l’identità visiva del sistema operativo di Microsoft, Windows. Si è occupata del redesign del marchio di Tiffany e del marchio di CityBank.

Lo schizzo e il logo di CityBank progettato da Paula Scher

La gold medal dell’AIGA, la docenza e i consigli ai giovani designers

Paula Scher è del 1948. Come accennavamo poco sopra ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti fin dagli inizi. Ha ricevuto la gold medal dell’AIGA (la massima onorificenza dell’associazione dei grafici americani, per la quale è stata anche presidente tra il 1998 e il 2000). Fa parte dell’AGI, l’associazione che riunisce i migliori grafici del mondo, fondata da Cassandre negli anni ’50.

Per anni è stata docente della School of Visual Art di New York. Il consiglio che dà sempre ai giovani designer ne contiene due: imparare, da qualcuno davvero bravo, a progettare e a presentare quello che si è progettato; sviluppare poi la capacità di spiegare, difendere e promuovere il proprio lavoro.

Quando si sta facendo una riunione in cui si presenta un progetto è importante capire quando è il momento di chiuderla. Lo spiega bene Paula Scher nell’episodio della docuserie Abstract, in cui è protagonista. Ogni partecipante alla riunione ha delle aspettative. Quando si comincia a presentare, se si è fatto un buon lavoro, spesso il livello di aspettativa aumenta considerevolmente. Raggiunto il livello più alto qualcuno fa un’obiezione e si finisce sotto il livello di aspettativa. A quel punto si fanno delle concessioni e bisogna chiudere la presentazione prima che inizi l’interminabile batti e ribatti di proposte e controproposte.

Da giovane voleva fare l’artista, ma diceva di non essere abbastanza brava. Diventata una delle graphic designer più influenti ha ripreso a dipingere. Negli anni ha portato avanti il suo progetto artistico sulle mappe. Mappe con scritte fittissime che in qualche modo richiamano molti dei suoi progetti grafici. È la messa in pratica del consiglio di un suo insegnate d’illustrazione: “illustrate with type”. (Lo stesso insegnate che la spinse a trasferirsi a New York).

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Bibliografia

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