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Le irregolari copertine delle riviste anni Sessanta

Le irregolari copertine delle riviste anni Sessanta

Giovanni Blandino Pubblicato il 10/19/2022

Le irregolari copertine delle riviste anni Sessanta

Le irregolari copertine delle riviste anni Sessanta

Storie ed estetica dei magazine underground: fai-da-te, nuove tecnologie e controcultura

È sempre stato così, a favorire la nascita di nuove estetiche e originali prodotti grafici concorrono solitamente fattori molto diversi tra loro: idee culturali, movimenti sociali, voglia di sfidare le regole, ma anche nuove tecnologie e possibilità tecniche. Fu così che a partire dal 1960, alcune tecniche di stampa e composizione diventarono improvvisamente accessibili su larga scala e permisero a praticamente chiunque di stampare la propria rivista in casa.

Nacquero le favolose riviste alternative degli anni Sessanta e Settanta: un insieme disordinato di tipografia irregolare, colori vivaci, illustrazioni allucinate e contributi dei grandi della cultura dell’epoca: da William S. Burroughs a Paul McCartney.

Tra le innovazioni che più hanno reso possibile – e in qualche modo condizionato – l’estetica di questi prodotti grafici ci sono i trasferibili a secco come quelli messi in commercio dall’azienda anglosassone Letraset. Lontani dalla rigidità dei caratteri in metallo, i trasferibili a secco permettevano una flessibilità decisamente inedita nella composizione delle pagine e nell’uso dei caratteri tipografici. Senza contare che finalmente queste tecnologie erano praticamente disponibili a chiunque avesse voglia di sperimentare. Così in tutto il mondo, in grandi e piccole città, creativi, scrittori e grafici iniziarono a stampare riviste nelle proprie case, nelle aule dell’università, nei garage.

L’idea era quella di parlare di tutto ciò che non veniva affrontato dalla stampa ufficiale. E – sopratuttto – di farlo senza avere alcuna regola a livello grafico e tipografico. Vediamo insieme alcuni degli esempi più iconici.

OZ

OZ è probabilmente uno dei più conosciuti e famosi magazine alternativi degli anni Sessanta. La rivista nacque come giornale satirico in Australia nel 1963. Dal 1967 al 1973 fu invece stampato e distribuito in Gran Bretagna assumendo una linea molto più hippie e psichedelica.

In OZ si parlava di sesso, droga e di politica. E si criticava aspramente la guerra che si stava svolgendo in Vietnam. A causa dei suoi contenuti, OZ fu portata in tribunale in quello che, all’epoca, è stato il più lungo processo per oscenità che si fosse mai svolto. A prendere le difese della rivista furono anche John Lennon e Yōko Ono che per raccogliere fondi composero la canzone God Save OZ, divenuta poi God Save Us.

Qui potete trovare la raccolta di tutte le magnifiche copertine di OZ.

IT o International Times

Una delle prime riviste alternative a vedere la luce in Inghilterra fu IT (abbreviazione per International Times). Il primo numero data infatti il 1966 e fu presentato durante un evento leggendario – il All Night Rave – che si svolse alla Roundhouse, un edificio industriale del quartiere Camden Town a Londra. Alla serata di presentazione della rivista parteciparono anche i Pink Floyd e i Soft Machine. Qui trovate la locandina.

Anche Paul McCarthy è stato uno dei donatori che ha supportato il magazine. Un aneddoto che racconta la disinvoltura con cui venivano create queste riviste è quello che riguarda il suo logo. Il logo di IT raffigura infatti Theda Bara, attrice dei film muti anni venti e una delle prime sex symbol del mondo del cinema; in realtà però questa immagine era stata selezionata per sbaglio, l’attrice da raffigurare sarebbe stata invece Clara Bow, protagonista del film “It”.

L’ultimo numero di IT è uscito nel 1973. Il magazine è però rinato in diverse forme tra cui, nel 2011, in formato digitale.

Qui trovate un archivio della rivista.

Gandalf’s Garden

Gandalf’s Garden è stata una rivista nata attorno all’omonima comunità hippie di Chelsea, un quartiere di Londra. Nel settore più malfamato dello stesso quartiere i creatori della rivista avevano anche un negozio sui generis che fungeva da punto di ritrovo. A pochi passi da lì, Stanley Kubrick girò una scena del suo film Arancia Meccanica.

Tra i tanti magazine alternativi dell’epoca, Gandalf’s Garden era forse quello più mistico, più legato alle religioni orientali e che esponeva la grafica più bizzarra. La rivista è uscita in soli sei numeri che ora valgono centinaia di sterline e sono, ovviamente, oggetto di collezionismo.

Ink

Ink invece è stata una rivista decisamente più politica, in qualche modo meno libera dagli schemi e sicuramente meno “fricchettona”. L’idea dei redattori era infatti quella di allargare la platea dei lettori delle riviste underground verso il pubblico borghese di sinistra nel Regno Unito. L’esperimento però durò poco e già nel 1972, un anno dopo il primo numero, il giornale dovette chiudere i battenti.

Riviste underground in tutto il mondo

Sebbene la scena underground anglosassone sia stata la più attiva e sicuramente quella diventata maggiormente iconica – tanto che a Londra nel 2017 fu dedicata un’intera mostra alle riviste alternative – le nuove possibilità tecniche permisero a chiunque nel mondo di sperimentare contenuti e grafiche all’interno di riviste alternative. In Unione Sovietica, ad esempio, si ha una delle prime riviste anti-totalitarie – anche se dalla veste grafica più classica: si chiamava Sintaksis ed era dedicata alla poesia.

Copertina di Sintaksis, rivista di poesia anti-totalitaria in Unione Sovietica. Immagine: Wiki.

Negli Stati Uniti fiorirono invece le pubblicazioni legate al mondo LGBT: tra i titoli più famosi c’erano Radicalqueen, Effeminist e Gayzette. In Italia molte riviste ciclostilate erano dedicate al mondo della musica, come Mondo beat, Blues anytime e Freak. Allo stesso modo in Francia fu pubblicata Actuel dedicata al mondo del jazz.

Se volete approfondire, qui trovate una lista abbastanza completa delle riviste alternative degli anni Sessanta, divise per paese. Una cospicua selezione di riviste alternative è invece raggiungibile gratuitamente attraverso l’archivio di LetterForm.