Stampare la musica: curiosità e storia degli spartiti musicali

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Quando si parla di “storia della stampa”, si fa riferimento alla storia delle parole stampate. Tuttavia, in parallelo rispetto alla stampa delle parole, si sviluppa la stampa di un altro sistema di notazione: quello musicale. Testo e spartiti stampati si sviluppano in parallelo, condividendo tecnologie e progressi, ma la pubblicazione della musica in formato stampato porta con sé complessità e sfide che ne hanno talvolta fatto divergere il percorso evolutivo.

Di seguito troverete le tappe salienti di questo percorso, in cui la notazione musicale è stata inventata e re-inventata diverse volte, sviluppandosi da alcune semplici indicazioni su come enunciare i versi di una canzone, fino ad un complesso sistema in grado di dare precise informazioni su note, altezza, ritmo… per un’intera orchestra.

Antichità: gli antenati degli spartiti musicali moderni

Le prime forme di notazione musicale si ritrovano addirittura prima dell’utilizzo della carta e della pergamena come supporto alla scrittura. La prima forma in assoluto è stata rinvenuta in una tavoletta cuneiforme creata in Babilonia (odierno Iraq), circa nel 2000 a.C. Forme di notazione musicale erano comuni anche nell’Antica Grecia almeno dal 6o secolo a.C., in cui dei simboli posizionati sopra alle sillabe davano informazioni sull’intonazione.

Inni delfici ritrovati presso il Tempio di Apollo a Delfi, su una delle pareti esterne del Tesoro degli ateniesi. Databili il primo al 138 a.C. ed il secondo al 128 a.C.

Medioevo: la musica nei codici miniati

L’ideazione della moderna notazione musicale, con la sistematica adozione del tetragramma (più tardi sostituito dal pentagramma), si deve a Guido monaco intorno all’anno 1000. Sebbene nella maggioranza dei casi la musica continasse ad essere tramandata soprattutto oralmente, all’interno delle abbazie la musica cominciò ad essere trascritta a mano con un grande laboriosità nei codici miniati, accompagnata
da preziose illustrazioni e decorazioni.

Codice Squarcialupi, codice musicale manoscritto realizzato a Firenze agli inizi del XV secolo, Biblioteca Medicea Laurenziana (Firenze).
‘Sumer is icumen in’, canone medievale inglese di fine del XIII secolo, British Library.

Stampa a caratteri mobili: Ottaviano Petrucci e John Rastell

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, nel 15o secolo la stampa divenne notoriamente il mezzo più comune per produrre e divulgare testi, mentre invece la musica continuava a circolare su codici scritti a mano. Questo si deve in parta alla mancanza di una notazione musicale uniforme e condivisa, ma soprattutto alla difficoltà tecnica di integrare e allineare note e righi musicali, oltre a un eventuale testo. Spesso, i righi venivano aggiunti a mano prima o dopo la stampa della musica. Altre volte invece, i righi venivano stampati, e gli scriba aggiungevano poi note e testi a mano.

Ottaviano Petrucci, uno dei più innovativi stampatori di musica a cavallo di XV e XVI secolo, adottò un sistema che prevedeva una triplice stampa di righi, testo e note in tre passaggi successivi. I risultati erano puliti ed eleganti, ma il processo era troppo lungo e difficile – allineare le tre stampe in maniera precisa infatti richiedeva grande maestria – e non era riproducibile su larga scala. Nel 1520 l’inglese John Rastell ideò un diverso modello in cui righi, parole e note erano tutti parte di uno stesso carattere e dunque era necessaria una sola stampa. Il metodo fu preferito a quello di Petrucci, sebbene dai risultati meno precisi, e si diffuse in tutta Europa, dove divenne lo standard fino all’adozione dell’incisione su rame, nel XVII secolo.

Ottaviano Petrucci, Harmonice Musices Odhecaton, 1501.
A sinistra: assemblaggio dei caratteri. Pezzi di altri caratteri erano aggiunti per posizionare le note in diverse parti dei righi.
A destra: caratteri mobili musicali. Immagini di musicprintinghistory.org.

Incisione su lastra: il metodo più usato fino ai tempi moderni

Il limite dei caratteri mobili risiedeva nella loro staticità, che impediva di duplicare molti dei dettagli dei manoscritti realizzati a mano. Gli stampatori si rivolsero dunque ad altre tecniche di stampa, tra cui appunto l’incisione. Il processo prevedeva l’incisione di righi, note, e testo direttamente sulla lastra, poi inchiostrata e usata per stampare su carta. Il risultato della stampa è di altissimo livello, tanto che case editrici di musica come G. Henle Verlag continuarono a incidere gli spartiti a mano fino al 2000.

 All’inizio le lastre venivano incise liberamente a mano. In seguito, vennero ideati appositi strumenti per diversi elementi.

  • Scalpelli per gli spartiti
  • Bulini ellittici per crescendo e diminuendo
  • Bulini piatti per legature tagli addizionali
  • Punzoni per note, chiavi, alterazioni e lettere

L’incisione su lastra fu il metodo di scelta per la stampa degli spartiti fino alla fine del 19o secolo, quando il suo declino venne decretato dallo sviluppo della tecnologia fotografica.

Processo per la realizzazione di una lastra per incisione a mano. Immagine di musicprintinghistory.org

Scrittura a mano: l’importanza delle annotazioni manuali

Lo sviluppo della stampa di spartiti contribuì alla standardizzazione dei simboli della notazione musicale, lasciando poco spazio alle inevitabili variazioni che derivano dalla trascrizione manuale. I compositori tuttavia continuarono a scrivere la propria musica a mano, prima di passarla a un copista e quindi a uno stampatore per la distribuzione.

Con la diffusione della stampa a incisione, divennero comuni fogli da spartito con i righi già stampati, su cui scrivere le note. Nel XX secolo, i fogli da spartito erano talvolta stampati su carta da lucido o carta velo, che rendeva più facile per il compositore correggere e rivedere il lavoro, e inoltre rendeva possibile riprodurre la scrittura in più copie tramite un processo di esposizione fotografica. Se la carta utilizzata era invece opaca, doveva avere una texture fine, in modo che l’inchiostro non si espandesse. L’inchiostro era sempre rigorosamente nero.

“Phantasie für eine Orgelwalze”, Allegro and Andante in F Minor, Mozart. Manoscritto originale.

Computer e spartiti: i sowftware per la notazione musicale

Come praticamente ogni altro processo, i computer hanno rivoluzionato anche la modalità di scrittura e produzione degli spartiti. Esistono infatti oggi dei software di notazione musicale (come Finale o Sibelius) che, in maniera non dissimile da un programma di elaborazione dei testi, consentono di digitare, modificare e stampare spartiti. I software di notazione musicale facilitano diversi aspetti, tra cui apportare delle correzioni, estrarre delle parti per l’orchestra, la trasposizione della musica tra diversi strumenti, cambiare la chiave di un pezzo e molti altri compiti. Alcuni software consentono addirittura di testare musica tramite la riproduzione digitale di strumenti che danno un’idea di come suonerà un vero strumento.

Screenshot dal software Sibelius.

Diversi metodi di rappresentazione della musica continuano a evolversi. Alcuni come alternative, oppure come metodi a supporto, per particolari strumenti. Per esempio, esistono pittogrammi per gli strumenti a fiato, che indicano i buchi da coprire, oppure differenti sistemi per gli strumenti a percussione, che non producono note di un tono preciso. Forme di notazione alternative esistono anche per la chitarra, strumento oggi molto comune.

Ad ogni modo, la standardizzazione della notazione musicale nella forma di spartito rappresenta una grande conquista nell’educazione della musica occidentale. La stampa ha rincorso e cercato di riprodurre meccanicamente in maniera più precisa possibile la notazione per secoli, ma, d’altro canto, è anche proprio tramite la stampa stessa che la standardizzazione di un sistema tanto complesso è stata possibile.

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