Dario Fo è un attore, un drammaturgo e un regista; uno scrittore, un poeta e un intellettuale; un illustratore, un pittore e uno scenografo. Mancano giusto la scultura e la musica per completare il mazzo.

Eppure, nonostante l’eccezionalità del personaggio e la naturale soggezione che incute un Premio Nobel, entrare in casa di Dario Fo non dà la sensazione di entrare un tempio o in un luogo sacro. Sembra più di entrare in un laboratorio, nella bottega di un pittore.

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Illustrazione di Nicola Ferrarese

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Il parquet scricchiola sotto i passi dei ragazzi che lo aiutano e che si muovono dall’ampia sala colma di quadri allo studio, una stanza più stretta e allungata. Lì dentro, seduto dietro la scrivania piena di carte, libri, cataloghi — più un piatto di dolcetti e una tazza di tè — mi aspetta Dario Fo. La prima domanda la fa lui mentre ancora ci stiamo stringendo la mano. È una gentilezza: «Come stai?», mi chiede. Poi mi accomodo dall’altra parte della scrivania e appoggio il registratore tra noi. Lui mi guarda con gli occhi azzurri, ma sembra fissare un punto dietro di me. Non ci vede più bene da qualche anno, ma gli attori sanno sempre dove guardare.

«Ci sono cose che sono dentro la tua memoria che a un certo punto vengono fuori». Fo inizia a parlare con calma quando gli chiedo il perché della scelta di raccontare nel romanzo Razza di zingaro, edito da Chiarelettere, la storia del pugile Johann Trollmann, di nazionalità tedesca e di etnia sinti, che sfidò il Terzo Reich e che pagò con la vita il suo affronto. «Ci sono storie», continua Fo, «che ti costringono a prendere di petto un problema, perché è un problema tuo. È anche tuo, è stato tuo… forse è ancora tuo».

«Era un paese tranquillo come tanti altri, sperduto in riva al lago, sotto le montagne. Nominare il suo nome era pensare a due cose: alla pesca e al contrabbando».

È in qualche luogo lì dentro, tra l’immaginazione e il ricordo, che comincia a raccontarmi: «Avevo meno di 10 anni, vivevo a Porto Valtravaglia, sul Lago Maggiore. Era un paese tranquillo come tanti altri, sperduto in riva al lago, sotto le montagne. Nominare il suo nome era pensare a due cose: alla pesca e al contrabbando. Per il resto non c’era nulla. Poi, a un certo punto un imprenditore decise di mettere in piedi una fabbrica per lavorare il vetro. Ma non solo per il vetro comune, anche per quello d’arte, per quello medico. Insomma, una cosa grossa. Il problema però era che lì sul lago Maggiore non c’era tradizione di soffiatori di vetro. Nessuno lo aveva mai fatto. Quindi di colpo si riversarono in paese centinaia di operai provenienti da dovunque. Si stabilirono in gran parte nell’entroterra, ma erano tanti e quasi raggiunsero le montagne. All’inizio non c’era spazio per alloggiarli tutti».

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Da dove venivano?

Non dall’Italia, o almeno, soltanto in parte. Venivano da paesi di tutta Europa, addirittura dal Medioriente, il che creò una strana comunità, nella quale vivevano le persone più diverse, che si portavano dietro tutta la famiglia. Erano tanti, tantissimi. Perché i forni non si fermavano mai, e il lavoro era organizzato su turni, e i turni moltiplicavano il numero degli operai, sovrappopolando il paese che quasi esplose. Erano in centinaia i nuovi arrivati e, visto che il lavoro non era temporaneo, erano arrivati con le famiglie, portandosi dietro anche i figli. E io, che avevo poco meno di dieci anni, mi ritrovai a doverci fare i conti. Come succede tra i ragazzini, tra loro c’erano un sacco di bulli, sia del luogo che arrivati da fuori.

Questi appena mi vedono, lungo, magro e spampanato, mi menano come un materasso. E così fanno con mio fratello e con altri ragazzi. Non potevo fare nulla. Al massimo provare a scappare, ma questi erano veloci, ti correvano appresso, erano più grandi e veloci, e te le davano lo stesso.

E poi?

Tornai a casa, ma non ne parlai subito con mio padre, anche se non ci volle molto prima che se ne accorgesse da solo, tutto sbaccunato di botte com’ero. Il suo primo pensiero però non fu chiedermi chi era stato o cosa era successo. Mi disse solo che era contento che non fossi andato subito da lui a chiedere aiuto, magari per chiedere di picchiarli al posto mio. Lui non lo poteva fare, e non solo perché era mio padre ed era giusto che quelle cose restassero tra ragazzini. No, soprattutto perché era un ferroviere, un capostazione, un pubblico ufficiale. È come il medico del paese o il sindaco, se comincia a picchiare i ragazzini che picchiano suo figlio è finita prima ancora di cominciare.

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Artwork di Dario Fo. © Chiarelettere 2016

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Cosa le disse?

Che dovevo cavarmela da solo. E coma faccio? dico io, in fondo non avevo nemmeno dieci anni. Al che mio padre mi porta a Luino, un paese grande, una cittadina. Lì a Luino c’era una palestra dove insegnavano la boxe, la lotta greco romana e la scherma. Provai per prima cosa con la boxe, ma l’istruttore disse a mio padre che non era il caso di umiliarmi, perché magro e lungo com’ero, gli altri mi avrebbero spaccato. “Guardi che glielo riportano a casa tutto rotto”, gli aveva detto il maestro. E allora provai con la scherma, ma c’era posto solo nel corso di sciabola, dove finivano gli scarti delle altre discipline.

Come andò?

La prima cosa che fece il maestro fu squadrarci, uno dopo l’altro, come se ci passasse in rassegna, poi ci dice: “Ragazzi, io vi insegno una tecnica, non tanto per lo sport, quanto per la vita. Tanto per cominciare vi dico subito che non distribuirò le sciabole. No, quelle ve le darò al momento giusto. Prima dovete imparare a muovere le vostre braccia, i piedi e la testa”. Ci mise subito al lavoro, ci faceva fare esercizi con entrambe le braccia. Prima la destra, poi la sinistra. Perché, diceva, è demenziale fare di uno sportivo un uomo tagliato a metà. “Dovete essere completi, equilibrati, altrimenti sarete sempre degli zoppi”. Ho imparato a difendermi, attaccare, piegarmi, scantonare, alzarmi, inginocchiarmi e tutto il resto, e il tutto sempre usando le braccia rigide.

Cosa successe quando tornò al paese?

Era passato un mese di esercizi in palestra, quando mi ritrovai di nuovo al paese. E, ovviamente, incrociai nuovamente quei bulli che, appena mi videro, mi si piantarono davanti e mi iniziarono a tampinare. “Ma dove sei stato? È vero che sei andato a fare boxe? Dai, su facci vedere come fai?”. Io volevo proseguire, evitarli, ma quelli mi si misero davanti, iniziarono con uno spintone, poi una sberla, poi un cazzotto. Allora io mi misi in posizione di difesa, ma non di boxe, di sciabola.

Ci sono momenti in cui il racconto sembra animarsi da solo, e Dario Fo lo segue alla sua maniera, con quella mimica, quell’espressività del volto e quel linguaggio fatto di versi e suoni che stanno prima delle parole, tutte cose che l’età non ha intaccato e che fanno della storia che sta raccontando una storia in qualche modo tridimensionale, viva, come se stesse succedendo in quel momento, davanti ai nostri occhi.

Tam, pum, pim, sbom, sbem, strac. A un certo punto a uno di questi bulli arriva uno schiaffo in piena faccia. Rimane un po’ frastornato e va all’attacco. Solo che quando prova a tirarmi un cazzotto, io prima lo schivo, poi glielo blocco con una mano e con l’altra gli tiro un cazzotto. Non capisce nemmeno come ho fatto. Ma lui e i suoi amici a quel punto prendono e se ne vanno. Avevo vinto. Insomma, hai capito quanto la storia di questo libro mi abbia parlato da subito. Mi ha fatto ritornare in mente questa storia persa nel tempo degli anni Trenta sul Lago Maggiore. Ma soprattutto mi ha fatto ripensare a quel maestro.

Perché?

Perché il maestro di Trollman, come il mio, ma come tutti i grandi maestri, gli ha insegnato non solo a muoversi, ma anche ad agire, a comportarsi. Gli diceva che era un fenomeno, ma che non doveva agire come tale. Gli diceva di essere umile, di essere il primo a credere in se stesso, ma l’ultimo a vantarsi di quello che crede di essere.

«Ci mise subito al lavoro, ci faceva fare esercizi con entrambe le braccia. Prima la destra, poi la sinistra. Perché, diceva, è demenziale fare di uno sportivo un uomo tagliato a metà.»

Cosa dobbiamo imparare da questa storia?

I grandi valori di quest’uomo, che poi sono quelli della sua cultura zingara, dalla famiglia, dal clan in cui è cresciuto che gli ha insegnato che ci sono dei principi che si devono rispettare sempre, come per esempio il non umiliare mai l’avversario, il non mortificare. Ma anche che la boxe non ha niente in comune con l’idea di abbattere qualcuno, di essere sopra, di schiacciarlo, di annientare un nemico.

Che cos’è la boxe?

È un gioco, è un’arte, una danza, un modo di trovare te stesso, il tuo stile, il tuo modello, i tuoi interessi e questi non devono essere esclusivi, ma partecipati: l’antagonista non è mai il nemico, è il partner. L’obiettivo è realizzare un ritmo, un tempo, un’armonia, un’immagine. La boxe non si può fare da solo davanti allo specchio. Lo specchio devi averlo nella testa.

Fuori dal ring però i nemici ci sono, e forse quelli di Trollman sono ancora tra noi.

Certo che ci sono ancora, ed è spaventoso. Stiamo accettando questa violenza che monta sempre di più ed è già questo, di per sé, spaventoso. Come anche lo è il fatto che non ci sia un movimento che esprima l’accettazione del diverso da te — non dal diverso tout court, dal diverso da te — e lo studi. Noi abbiamo una cultura che dimentica la forza straordinaria che ci regalano gli estranei, come si dice in dialetto, gli strambé, quelli che vengono dal di fuori. Chi l’ha capito, in certi momenti, sono stati gli spagnoli, o i francesi del sud, ma anche moltissimi popoli dell’Europa.

Lo studio di Dario Fo è una stanza allungata, divisa in due dal grande scrittoio pieno di carte, libri bozze e schizzi di disegni. Ma lo studio di Dario Fo non è solo di Dario Fo, è anche dei suoi ragazzi, aiutanti che da anni sono un’aggiunta ai suoi occhi e alle sue braccia. C’è chi organizza la presentazione imminente e prepara i quadri da proiettare; chi bada che la giacca che ha indosso non sia sgualcita; chi bada a me, che intanto assisto allo spettacolo di questo strano laboratorio vivente.

«Ragazze sperdute nel vento!», fa Dario Fo a un certo punto, con voce impostata e potente come se stesse recitando una battuta su un palco, fermandosi e guardando verso l’uscio che porta alla sala. Si sta rivolgendo a una delle sue assistenti, a cui poco prima che iniziassimo l’intervista aveva chiesto una cosa. «Chiedevo prima come si chiamava quel grandissimo poeta spagnolo», mi spiega… «No, no, non Garcia Lorca! Il più grande di tutti, quello che ha scoperto gli zingari!»

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Dialogo accesso fra Gulliver e il cavallo sapiente. Artwork di Dario Fo © Chiarelettere 2016

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Intanto che i ragazzi si danno da fare per cercare il nome di quel poeta, noi continuiamo a parlare.

Ha mai recitato insieme a una compagnia gitana?

Ricordo che una volta a Barcellona mi trovavo al teatro greco, dove ho recitato la prima volta con Franca, e c’era un gruppo di gitani – gitanos – che erano veramente straordinari. Mi è capitato di andare sul palco dopo di loro ed ero stordito, non riuscivo quasi a recitare dall’emozione che mi avevano dato. Noi invece siamo ancora qui a pensare allo zingaro cattivo e a raccontare che rubano i bambini, che sono solo ladri.

Cosa dobbiamo fare per evolvere?

Bisogna battersi. Bisogna ricordare che ci sono popoli che hanno una cultura straordinaria nella danza, nella poesia, nel racconto, nella musica, una cultura impregnata di cultura zingara. In realtà non sappiamo accogliere nulla, ma non è che sia proprio una novità. Disprezziamo da sempre gli altri. Ricordo che quando ero ragazzo sulle porte degli affittacamere scrivevano che non c’erano camere per napoletani, o per terroni. È una vita che in Italia si ritorna a quegli schemi, ci caschiamo continuamente.

L’ora della presentazione si avvicina e Dario Fo deve prepararsi. Una delle sue assistenti gli fa notare che ha una macchia sulla giacca e che forse dovrebbe cambiarla. Fo ride e senza preoccuparsi della macchia e dice, con perfetti tempi comici: «Eh eh eh sì, è veramente indecente…». Intanto dal computer a pochi passi arriva il nome del poeta spagnolo: «Sarà mica Jimenez?».

«Jimenez!», il viso di Fo si illumina. «Sì, è lui… su, racconta», si rivolge al suo assistente, «leggi, chi era, come è che è diventato uno dei più grandi poeti del mondo? Ricordatemelo se io mi dimentico… Jimenez, ma certo…»

Mentre si chiamano i taxi per andare alla presentazione, in casa aumenta la frenesia. Si iniziano a spostare i quadri da portare alla Feltrinelli, mentre Dario Fo si siede due minuti sull’unico divano della sala, ricoperto di un telo bianco.

Prima dell’intervista mi aveva promesso che mi avrebbe detto i segreti della memoria di un attore. Quali sono?

Quale memoria, io in realtà sono un disastro… da quando ho avuto l’ischemia ho perso molto, e, pensa, mi ha aiutato tantissimo il dialetto, perché le parole che non mi venivano in italiano mi tornavano in mente in dialetto e poi anche il latino, che da ragazzino ho studiato per desiderio di mia madre. La reazione del cervello è veramente sbalorditiva: il dialetto mi veniva in aiuto quando l’italiano inciampava.

Ora mi aiutano i miei ragazzi. Quello che non ho mai perso sono i fatti, la storia, ma soprattutto le narrazioni e tutto ciò che è visivo. Di una commedia magari non ricordo il nome, né magari i nomi dei personaggi, ma ricordo perfettamente l’andamento, la situazione, la struttura narrativa. Quella è la cosa che rimane.

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ANDREA COCCIA è giornalista pubblicista. Ha fondato nel gennaio del 2015 il progetto Slow News insieme a Alberto Puliafito, Alessandro Diegoli, Gabriele Ferraresi e Andrea Spinelli Barrile. Ha scritto di libri su Booksblog, Grazia e Saturno (Il Fatto Quotidiano) e di un po’ di tutto su ilPost.it. È stato redattore della rivista di satira sociale L’antitempo.
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