La letteratura moderna, da Conrad a Melville, da Stevenson a London, ha sempre avuto una grande passione per la superficie agitata dei mari piuttosto che le vette silenziose dei monti.

Forse è anche per sfida che Paolo Cognetti ha deciso di cimentarsi con un romanzo come Le otto montagne, in cui affronta la storia di una profonda e non semplice amicizia tra un ragazzo di città e uno di montagna, un’amicizia legata a triplo filo con le vette valdostane dove è ambientata.

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Paolo Cognetti. © Roberta Roberto

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È lì infatti, in un baita parallela a quella costruita dai suoi protagonisti, che Cognetti l’ha scritto. Alla montagna deve la sintesi insieme la precisione e l’asciuttezza del linguaggio. La sintesi la eredita da quella, obbligata, delle camminate in quota, quando il dislivello e il silenzio intorno impongono frasi brevi, non urlate.

Il linguaggio preciso, invece, è quello che serve per chiamare ogni cosa con il suo nome. Come dice a un certo punto Bruno, mentre i cittadini usano la parola Natura perché la considerano astratta, un paesaggio da vacanze, i montanari usano le parole bosco, pascolo, torrente, roccia, perché ogni cosa che serve deve avere un nome specifico, se no è inutile. La montagna non tollera astrazioni.

«Devo tantissimo alla montagna», mi racconta Cognetti, strappato in questi giorni ai suoi monti e riportato a Milano per le prime presentazioni del suo romanzo. «In montagna ho passato le prime venti estati della mia vita e per me è stato, oltre che il luogo della crescita estiva, anche un luogo speciale ed esclusivo del rapporto con mio padre. Ma devo alla montagna anche altre cose, cose successe da adulto. Vivo in montagna per buona parte dell’anno ormai da sette o otto anni, e in tanti sensi questa scelta mi ha cambiato la vita, mi ha salvato, mi ha ridato energia per scrivere».

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Da cosa ti ha salvato?

Da una specie di binario morto cittadino in cui ero finito. Parlo di relazioni finite, certo, ma anche di un senso della mia scrittura che avevo perso. Mi sentivo prosciugato, come se avessi perso contemporaneamente la fonte, il senso di quel che facevo e le storie che avevo da raccontare.

Cosa ha ridato la montagna alla tua scrittura?

Un luogo dove mi sento bene e una forma di concentrazione che sentivo che in città si era persa. Lo sento tutt’ora, ora che sono a Milano per le prime presentazioni del libro. Qua mi accorgo di dedicarmi ad altro, perché qui viene più facile curare le pubbliche relazioni che leggere e scrivere. Il tempo della città ci sta rubando il tempo per la lettura, per la scrittura, che è poi il tempo del pensiero. Mi ha dato anche una profondità dal punto di vista linguistico, perché iniziare a scrivere di montagna significa lavorare un sacco sulle parole che servono per descriverla.

Il libro ha un passo narrativo sintetico, quello di quando non si ha il fiato per perdersi in discorsi inutili.

È quello che cerco come lettore, perché amo gli scrittori laconici, ma è anche quello che ricerco quando scrivo. Vengo dalla scrittura di racconti, non mi sembra con questo romanzo di avere fatto un salto carpiato che ha ribaltato il mio modo di scrivere. È un libro ancora fortemente ancorato alla scrittura di racconti, fondato sul dire poco, sul togliere, sul lasciare fuori.

«Iniziare a scrivere di montagna significa lavorare un sacco sulle parole che servono per descriverla».

Hai accennato alla vita cittadina che deconcentra. Tu sei andato in montagna, ma non tutti possono farlo.

Si può anche senza montagna. Si chiama disintossicazione. Bisogna usare le stesse tecniche che si usano con la tossicodipendenza, perché di quello si tratta. Imporsi almeno una dieta. Io la sera spengo il telefono. O anche la domenica. È violento, ed è inutile negare che a questo punto delle nostre vite sia difficilissimo, perché ci sembra di strapparci un pezzo di carne di dosso. Ma è necessario.

Tutto quello che ho per connettermi nei mesi che passo in baita è un iPad che ha una scheda prepagata. Il contratto prevede che abbia un paio di GB di traffico dati al mese. Tra film musica e tutto il resto, questi finiscono regolarmente a metà mese e il resto del tempo, semplicemente, sono disconnesso. Per due settimane al mese, anche solo per vedere la posta, io dovevo andare giù in paese a cercare un wi-fi. Questo libro l’ho scritto anche grazie a questo. Sono molto grato a questo limite delle schede prepagate.

Si discute sulla necessità da parte della letteratura di dare conto di questi strumenti.

Immagino che ci aspettiamo che la letteratura inglobi questa tossicità perché la letteratura è lo specchio delle nostre vite e ora, nelle nostre vite, questa tossicità indubbiamente c’è. Dopodiché, per fortuna, la realtà non è solo quella ed esistono ancora posti al mondo dove queste cose non ci sono. La mia non è stata una scelta narrativa. Non mi sono messo a tavolino e ho detto: ora scrivo un romanzo dove non metto i computer o la tecnologia.

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Ibidem

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A un certo punto del libro i due amici protagonisti si ritrovano nello stesso bar, in montagna, ma non si salutano nemmeno. Pietro è in una bolla estiva, in compagnia dei villeggianti, cittadini piccolo borghesi in vacanza. Bruno invece è con i lavoratori montanari. Quanto è pericolosa questa divisione in bolle sociali e di classe che non si considerano e non si parlano?

È pericolosa, lo percepisco anch’io. E mi sembra il momento giusto per farlo notare. L’elezione di Trump mi sembra che abbia anche un po’ a che fare con questo. Ieri sera ero in un bar di Milano e ci pensavo. Esiste una classe sociale, quella a cui noi apparteniamo, che spesso pensa di essere l’unica esistente al mondo. Siamo quelli che leggono i libri, che smanettano sui social network e la sera vanno a bere i cocktail in un locale di Milano.

Poi esiste tutto questo mondo di lavoratori, di nuovi sottoproletari, che sono diventati invisibili per noi, gli stessi noi che poi si stupiscono che possa vincere Trump. Ma è solo perché non ci siamo mai accorti che esistono anche altre realtà, altra gente. E noi non ne ignoriamo anche l’esistenza, pensiamo che tutti vivano come noi.

«Il contratto prevede che abbia un paio di GB di traffico dati al mese. Questo libro l’ho scritto anche grazie a questo».

Come si può uscirne?

Io credo che la tecnica migliore sia sempre quella di non accettare le divisioni e di mischiarsi. Dove vivo siamo in quattro gatti. Il mio vicino di sopra abita a un quarto d’ora a piedi verso la cima, quello di sotto a un quarto d’ora a piedi verso valle. Non ci siamo scelti, ma siamo diventati amici. Quello sotto costruiva case e legge un sacco di libri. Quello sopra aveva le mucche, non ha i denti e vive di pochissimo. Incontrare gente diversa da te e parlarci, è questo l’unico modo di capire gli altri e di sapere che non esistiamo solo noi e la gente come noi.

A un certo punto del libro Pietro dice che si sente di dover difendere non tanto la sua solitudine, ma la sua capacità di stare da solo.

Siamo esseri sociali e appena ti disabitui a stare da solo con te stesso poi non sei più capace. È sempre in montagna che mi sono accorto di non essere mai stato in vita mia da solo per un giorno intero. E questa è una cosa che ho dovuto imparare, e che devo continuare a imparare.

Che tipo di solitudine è?

In quel momento si instaura un rapporto del tutto nuovo con il paesaggio. Ti apre tutta una serie di riflessioni e ti accorgi, tra l’altro, che Rigoni Stern aveva ragione: è impossibile pensare di essere da soli in un bosco, sei circondato da vita. Poi c’è una solitudine che potremmo definire cattiva.

Quale?

Quella che invece di aprirti al mondo ti chiude, che ti fa sembrare di essere in una casa degli spettri in cui ti senti circondato dalle tue ossessioni. E da quella bisogna scappare per salvarsi la vita.

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ANDREA COCCIA è giornalista pubblicista. Ha fondato nel gennaio del 2015 il progetto Slow News insieme a Alberto Puliafito, Alessandro Diegoli, Gabriele Ferraresi e Andrea Spinelli Barrile. Ha scritto di libri su Booksblog, Grazia e Saturno (Il Fatto Quotidiano) e di un po’ di tutto su ilPost.it. È stato redattore della rivista di satira sociale L’antitempo.
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