Non so se quello che lascio nella mia opera rientri nella sfera di opere che segnano la fine di un’epoca,
cioè il tramonto della civiltà occidentale, oppure, forse, la speranza di una nuova rinascita.

Enore Zaffiri, 2011

 

La notizia è che una nuova edizione di Musica per un anno di Enore Zaffiri, curata da Andrea Valle, uscirà a fine mese per Mazagran Records.

Enore Zaffiri. Per concessione di Ingrid Zaffiri

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Che cos’è questa musica per un anno? Zaffiri, all’epoca della composizione, presentava il lavoro così: «Musica elettronica per la sonorizzazione di ambienti. È musica nel tempo, concepita per la durata di un anno. L’evento sonoro si trasforma impercettibilmente, ma continuamente, in relazione ai mesi, ai giorni, alle ore, ai minuti. Ogni istante ha la sua musica irripetibile che si fonde con la luce e con l’aria dell’ambiente. È una presenza. (…) È una musica che risponde alle necessità dell’uomo contemporaneo, che nella visita a un’esposizione o a un museo, assorbe esperienze multiple in un discorso attivo e adeguato alle esigenze culturali del nostro tempo».

Leviamoci il peso: impossibile non pensare a Brian Eno che teorizza la sua Discreet Music da un letto d’ospedale, quando non potendosi mettere in piedi per alzare il volume di un disco in riproduzione, lascia che il suono si mescoli con lo spazio circostante e pone le basi per la rivoluzione dell’ambient. Zaffiri però scrive queste parole nel 1968.

Enore Zaffiri nasce a Torino nel 1928, si diploma al conservatorio della città e si specializza in quello di Parigi. Interessato al lavoro di rivoluzionari come Stravinskij, Schoenberg e Varèse, si avvicina poi alla musica elettronica di Berio e Maderna. Sarà quella la sua strada d’elezione. Nel 1964, oltre ad accostarsi all’uso degli oscillatori, fonda lo SMET (Studio di Musica Elettronica di Torino), insieme a Roberto Musto e Riccardo Vianello; inizia a frequentare musicisti come Pietro Grossi e Vittorio Gelmetti, ma anche artisti di diversa estrazione come il pittore Sandro De Alexandris e i poeti Arrigo Lora Totino ed Edoardo Sanguineti.

«L’evento sonoro si trasforma impercettibilmente, ma continuamente, in relazione ai mesi, ai giorni, alle ore, ai minuti».

È nel 1968 che allo Studio di Formazione Estetica, fondato da Zaffiri (ormai anche sculture) con De Alexandris e Lora Totino per «un esperimento di sintesi estetica tra le sintassi musicali, poetiche e visive», viene affidata la sonorizzazione di una mostra a Monaco di Baviera. Zaffiri comincia a lavorare intorno all’idea di musica di ambiente: attraverso l’elettronica, muove alla ricerca una nuova prospettiva musicale, in cui il tempo si estende all’inverosimile e viene controllato dalla matematica e dalla geometria. Una prospettiva basata sui principi dello strutturalismo e derivata dalla geometria euclidea, che determina i vari parametri di suono come pure le dimensioni formali e spaziali delle sue composizioni.

«Questo progetto, basato su un ciclo di 360 giorni, è stato concepito come una possibile colonna sonora per ambienti. L’intero evento musicale è stato strutturato usando i 360 gradi di un cerchio, diviso in dodici parti, come il quadrante di un orologio. Seguendo lo stesso principio, ho deciso che l’intera circonferenza corrisponde alla durata di un’ora, e l’intervallo tra ogni punto a cinque minuti. La frequenza di base è stata scelta prendendo in considerazione l’anno 1968, quindi la frequenza di 1968 Hz, che è stata attribuita ai punti del diagramma corrispondenti alle ore zero (12) e 6. Le frequenze corrispondenti agli altri dieci punti sono state ottenute aggiungendo o sottraendo 360 Hz alla frequenza di base».

Questo è solo l’inizio e le indicazioni continuano con estrema precisione, ma la poetica di Zaffiri è meno rigida di quanto possa sembrare e le note si concludono con un’avvertenza: «Questo progetto deve essere considerato soltanto un tipo di organizzazione di partenza del suono, sulla quale ognuno è libero di operare attraverso elaborazioni personali aggiuntive».

Per concessione di Ingrid Zaffiri

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Dopo la parte teorica c’è anche la messa in opera del lavoro, ovviamente non realizzato di fatto per un intero anno di musica ma solo per alcune giornate, e di cui sono state effettivamente registrate e cristallizzate un paio di ore (un’ora è stata meritoriamente pubblicata nel 2008, a 40 anni di distanza dalla registrazione, dalla sempre ottima etichetta milanese Die Schachtel).

Si tratta di un lavoro fatto a mano, analogicamente, con nastri misurati e tagliati (“nastrini” li chiama Zaffiri, ora conservati a Firenze) pezzo per pezzo, glissando eseguiti a mano con un oscillatore sinusoidale: un lavoro di sei mesi per registrare un’ora di materiale lavorando tutte le sere, con due registratori a bobine Tandberg a quattro piste, quattro oscillatori (un Philips e tre fatti costruire appositamente), un generatore di rumore bianco e un filtro per regolarlo e un frequenzimetro.

«Era un lavoro fatto con molta emozione, per me non era un fatto tecnico-acustico, ma musicale. Spontaneo, anche, molto basato sulle intuizioni, perché al di là di tutte le teorizzazioni non è che avessi chissà quali basi scientifiche». Zaffiri si serve anche di un eco a nastro, per generare l’effetto di riverbero su alcuni suoni singoli. «Dà profondità, colore: sono un po’ romantico».

Il lavoro viene presentato per la prima volta a Firenze, al palazzo dei congressi, in occasione di una rassegna alla quale è invitato anche Stockhausen: viene fatto ascoltare solo un breve estratto in mezzo agli altri concerti. Zaffiri “espone” comunque il grafico del progetto, lungo circa sei metri. Non è in ogni caso un’opera pensata per l’esecuzione pubblica, quanto, di nuovo, come musica di ambiente. «La vedo proprio come l’armonia delle sfere, suoni che ci arrivano da lontano. Ma l’ho pensato dopo, allora non ci pensavo a questo. […] È come la luce del giorno che varia, così sono queste variazioni di suoni. Quasi non percepiamo la differenza però la luce del mattino non è la luce di mezzogiorno e non è quella della sera. Allo stesso modo c’è una variazione continua ma lenta di questi suoni come quella della luce che gradatamente si trasforma o cambia di intensità».

Una figura il cui lavoro è stato spesso accostato a Musica per un anno è quella di LaMonte Young: lunghi bordoni di suono, impercettibili trasformazioni di suono, piccolissimi movimenti, vibrazioni… Il tutto, ovviamente, senza che Zaffiri conosca le più o meno coeve sperimentazioni dell’americano.

Enore Zaffiri oggi. Foto di Ingrid Zaffiri

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Negli anni Settanta Zaffiri si innamora del sintetizzatore e cambia completamente approccio. Vuole che questa musica un po’ da laboratorio venga trasferita dal vivo, ai concerti. Riesce con modalità rocambolesche a farsi portare dall’Inghilterra un Synthi A (versione portatile dello storico VCS3, il primo sintetizzatore modulare) e decide allora di abbandonare lo strutturalismo e tutti quei numeri in favore di un approccio più umano, più caldo, «una cosa viva». Seguono lavori per voce e synth (tra cui i Cinque Paesaggi su testi di T.S. Elliott), progetti vicini all’improvvisazione e all’aleatorietà di Cage, lavori teatrali d’avanguardia messi in scena in luoghi talvolta assai distanti dai Conservatori, come il Beat ’72 di Roma (uno spettacolo per musica e immagini dal significativo titolo Teleorgia).

Nei decenni successivi, Zaffiri si dedicherà sempre più alla computer music e anche alla computer art, senza trascurare ulteriori progetti come la realizzazione di film sperimentali e policromie sonore. Nel 2009, a 81 anni, ha realizzato un disco collaborativo, Through the Magnifying Glass of Tomorrow, con gli impro-noiser torinesi (nonché amici dei Sonic Youth) My Cat Is an Alien.

Fedele alla sua vocazione divulgativa (Zaffiri ha insegnato per tutta la vita), nel corso degli anni ha digitalizzato tutta la sua produzione sia audio che video che è ora archiviata presso il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della sua città.

Questo articolo è solo un’introduzione – anche perché, tranne rarissime eccezioni, le opere che abbiamo citato non sono visibili o ascoltabili se non andandosele a cercare negli archivi dell’Università – e tocca appena la punta dell’iceberg della produzione sterminata (e multimediale) di un artista ancora in buona parte da riscoprire. Lontano dalle due grandi città e dalle loro accademie, meno noto e celebrato dei Berio e dei Maderna, meno istituzionale e meno popolare, Enore Zaffiri ha potuto lavorare con un assoluto senso di libertà e di originalità; ben oltre i confini di quel contesto accademico al quale la vulgata comune non trova di meglio che relegarlo.

ANDREA VALLE SULLA RIEDIZIONE DI MUSICA PER UN ANNO

Musicista e compositore, Andrea Valle si interessa principalmente di metodologie algoritmiche e di physical computing. Tra i suoi lavori, installazioni multimediali, musica da film, e teatro. Collabora regolarmente con Marcel·lí Antunez Roca (Cotrone, 2010; Pseudo, 2012; Ultraorbism, 2015; Alsaxy, 2015). Con Mauro Lanza, è coautore del ciclo Systema naturae (2013-17), per strumenti e dispositivi elettromeccanici. Ricercatore presso il Dipartimento Studi Umanistici di Torino, insegna al DAMS ed è membro fondatore del CIRMA, Centro Interdipartimentale di Ricerca su Multimedialità e Audiovisivo. Fa parte del Consiglio direttivo dell’AIMI, Associazione Informatica Musicale Italiana.

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Di nome conosco Enore da sempre, perché siamo concittadini, e a Ciriè la sua famiglia è molto conosciuta. L’ho poi incontrato di persona nel 2010-11, quando con il collega Stefano Bassanese della Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino abbiamo deciso di omaggiare il fondatore storico di quest’ultima. Siamo andati a trovare Enore (a piedi, da casa mia) per organizzare i due giorni di studio e concerto a lui dedicati nel 2012 (di cui rendono conto gli atti disponibili sul sito dell’AIMI).

Musica per un anno – lo dice Zaffiri – è un progetto, nel senso che tutto il processo di costruzione è descritto in una pubblicazione. Zaffiri ha realizzato alcune versioni su nastro, un lavoro estremamente laborioso. Le sue versioni, tra cui quella pubblicata, sono ovviamente importanti, e testimoniano di un uso specifico del medium analogico.

Sulla pubblicazione, Enore ribadisce che si può intervenire a piacere sul suo progetto, ma non era questo il mio intento. Piuttosto, la mia idea è stata di effettuare una implementazione completamente computazionale, sia in termini di programmazione del sistema descritto nel progetto che di sintesi del suono. Da questo punto di vista è una versione filologica, non c’è nulla che non ci sia nel progetto. Anche per questo ho intervistato Enore, così da avere informazioni che potevano non essere del tutto chiare alla lettura. La mia idea era infatti quella di studiare il lavoro a fini musicologici attraverso una sua implementazione. È un approccio che ho già sperimentato, ed è utile perché costringe a entrare nei dettagli di costruzione, come in archeologia sperimentale.
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Prima esecuzione live su 4 canali della versione computazionale di Valle, estratto

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Attraverso questa ricostruzione abbiamo potuto eseguire dal vivo il brano, e in accordo con Enore ne abbiamo fatta una versione compressa di 1 ora in 10 minuti (un’altra modalità da lui già sperimentata), che in più aggiunge una spazializzazione del suono su 4 canali, un’idea che Zaffiri non ha potuto realizzare a causa di problemi tecnici. Di nuovo in accordo con Enore, la spazializzazione dipende dal modello geometrico alla base di Musica per un anno, quindi è coerente con il progetto.

La registrazione su CD per Mazagran è invece temporalmente non compressa, 1 ora esatta (le 6 di sera del 28 marzo, come nella versione pubblicata da Die Schachtel) senza soluzione di continuità, ed è ovviamente stereo, come nelle versioni di Enore. Rispetto alla versione su nastro, questa implementazione di Musica per un anno è “purissima”: tutti i glissandi sono calcolati e le sinusoidi sono digitali. Da questo punto di vista, è anche “algida” se paragonata a quella su nastro, in cui le variazioni causate dall’intervento manuale di costruzione, così come le impurità del processo di registrazione e riversamento dei nastri, introducono una sorta di respirazione più “umana” del brano.

Dall’altra parte, la purezza digitale, nei processi di trasformazione come nei suoni generati, allestisce una sorta di inesorabilità un po’ iperuranica che però testimonia bene questa idea di musica come cronografia.

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Si ringraziano Ingrid Zaffiri, Andrea Valle e Vincenzo Santarcangelo per testimonianze e materiali. 

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FEDERICO SARDO scrive principalmente per VICE e Zero; ha scritto almeno una volta per Il Mucchio Selvaggio, Il Post, Rumore, Soundwall e Bastonate. Ha collaborato per tre anni con Resident Advisor. È un quarto di Flying Kids Records, con cui ha anche pubblicato il libro antologico “Non ti divertire troppo: 1980-1999 20 anni di rock alternativo americano visto da qui”. Compra troppi dischi.
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