Per l’uscita del nuovo disco dei Magnetic Fields volevo comprare il CD. Alla fine ho dovuto ripiegare sull’album mp3. Ma in cuor mio sapevo che 50 Song Memoir esigeva di essere consumato nella sua essenza «analogica», cuffie nelle orecchie e booklet alla mano. È così che ho conosciuto tutta la discografia dei MF ed è così che immagino la vera fruizione di un disco importante, dove ogni canzone ripercorre un anno di vita del frontman del gruppo: sdraiata sul letto a feticizzare l’oggetto musicale.

The Magnetic Fields, 50 Song Memoir

The Magnetic Fields, 50 songs memoir

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Per molti i MF sono solo Stephin Merritt. Ma per quanto Merritt sia in effetti il regista degli ensemble che negli anni l’hanno accompagnato – ed è un regista autoritario e lunatico – l’unicità della sua musica dipende anche dalle fondamenta strumentali e, soprattutto, dal supporto costante fornitogli da Claudia Gonson (anche manager del gruppo), Sam Davol, John Woo, e dagli altri artisti che gli sono gravitati intorno nel corso del tempo (LD Beghtol, Doveman, Daniel Handler e altri).

Ciò detto, nessuno dei musicisti con cui collabora è riuscito a stemperare il suo cattivo umore, per lo meno in pubblico. Qualcuno l’ha definito l’artista più odioso in circolazione, così intrattabile che in confronto Lou Reed sembra Annie l’Orfanella. Lo è, anche quando viene intervistato dalla sua comunità LGBT intellettuale e metropolitana. Ma nonostante l’ostinazione a mostrarsi così poco socievole, i fan dei MF non traducono la sua idiosincrasia in un valore o affinità elettiva. La verità è che il temperamento di Merritt passa in secondo piano, quando si guarda alla sua devozione o erudizione musicale.

Immaginando di girarselo tra le mani, «50 Song Memoir» ricalca l’estetica un mixtape autoprodotto.

Nei credits dell’album si contano più di 100 strumenti, e sono solo quelli suonati da Merritt. A 18 anni dall’uscita di 69 Love Songs – immaginato nei suoi taccuini come una «extravaganza» comprensiva, «se possibile, di 160 generi musicali» – questa scelta è tanto naturale quanto eloquente del mondo MF. Nel documentario Strange Powers, il violoncellista Sam Davol racconta come all’epoca avesse accolto con scetticismo l’idea di 69 canzonette d’amore (in origine 100): quale etichetta discografica si sarebbe imbarcata in un progetto simile e che aspetto avrebbe avuto il CD? Sarebbe diventato un cofanetto?

Stiamo anche parlando di un gruppo legatissimo al concetto di album come contenitore retorico finito: i, che raccoglie solo brani che cominciano con quella lettera; i dischi d’esordio tassativamente intorno alle 11-12 tracce; le copertine di The Wayward Bus e Distant Plastic Trees disegnate dall’ex fidanzata del chitarrista dei Young Marble Giants. Eppure, come 69 Love Songs, anche 50 Song Memoir elude le convenzioni del contenitore discografico e quasi si presta meglio al flusso unico della versione digitale.


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Immaginando di girarselo tra le mani, 50 Song Memoir ricalca l’estetica un mixtape autoprodotto. Stephin Merritt si espone per la prima volta con elementi dichiaratamente autobiografici: non solo per la natura saggistica del disco, ma anche perché, a 50 anni, forse è diventato un feticcio musicale anche lui. «Quando avevo 16 anni volevo essere John Foxx, che in realtà vorrei essere anche adesso (…). Foxx era il lead originario degli Ultravox. Ha partecipato ai loro primi tre album, il primo dei quali fu prodotto da Brian Eno e Steve Lillywhite. Definirono un’estetica, un particolare tipo di electropop ballardiano e anche una filosofia, che adesso mi viene da definire come epicureismo, per cui le emozioni, che siano negative o positive, devono essere evitate».

In 50 Song Memoir, il 1980 è dedicato all’agosto che Merritt trascorse a Londra scoprendovi il new romantic (l’83 è proprio intitolato Foxx and I). In mezzo c’è 81. How to Play the Synthesizer, per Merritt la traccia che più di tutte lo avvicina a essere Foxx, «tranne nel caso in cui suono una canzone dei Future Bible Heroes, I’m a Vampire. È una melodia di due note soltanto, in realtà è una nota sola sdoppiata a un’ottava di distanza».

Daniel Handler, autore di Una serie di sfortunati eventi e fisarmonicista in svariati progetti di Merritt, ha raccolto questa e altre osservazioni nell’intervista contenuta nel libretto. La loro conversazione ritorna spesso su due elementi chiave della discografia MF: l’onestà e la brevità.

In Strange Powers, sempre Handler esordiva dicendo: «Per molti il nucleo dell’arte, e diciamo soprattutto della musica pop, risiede nell’onestà e nello scoprirsi. Stephin fa il contrario». All’orecchio dei nerd e dei fact-checker (à propos: nei primi anni a NY, Merritt si guadagnava da vivere facendo il correttore bozze per Time Out e Spin), i MF sono anche noti per cantare le gesta di personaggi immaginari o stravolgere figure storiche. Invece che narrazioni di senso compiuto, le loro epopee ricordano filastrocche assurde, composte per la loro concinnitas ritmica piuttosto che per un filo logico o verosimile: Abigail Belle of Kilronan, The Death of Ferdinand De Saussure, Two Characters in Search of a Country Song, Andrew in Drag


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Reno Dakota, dal Vol. 1 di 69 Love Songs, in questo senso è emblematica. Per anni ho creduto si riferisse a una città misteriosa (Reno, Dakota) piena di camion e cruising e che ho scoperto invece prendere il titolo dal nome di un regista che nel 1991 girò il documentario-culto American Fabulous. Prodotto per documentare gli ultimi mesi di vita dell’amico Jeffrey malato di AIDS, il film è sia un’opera di sofisticato attivismo sia il ritratto di un personaggio meraviglioso che pontifica su qualsiasi tema a bordo di una Cadillac.

Negli anni «Reno Dakota, canzone» è diventata più famosa di «Reno Dakota, regista».

E così, per un cortocircuito non raro nei MF, quello che avevo immaginato per la canzone (autotrasporti e cultura queer) non è troppo distante dal contesto che l’ha originata, anche se il testo è un campo minato per la verificabilità dei fatti, l’intreccio con la biografia di Merritt e nonsense erudito: «Reno Dakota / There’s not an iota / Of kindness in you / You know you enthrall me /And yet you don’t call me / It’s making me blue / Pantone 292», per poi tirare in ballo compositori di felliniana memoria con «Reno Dakota / I’m no Nino Rota / I don’t know the score». Negli anni «Reno Dakota, canzone» è diventata più famosa di «Reno Dakota, regista» (che però a Merritt ha risposto in rima, raccontando in pratica perché non l’hai mai richiamato).

50 Song Memoir è pieno di momenti simili, a cominciare da 69. Judy Garland e altri squarci sull’infanzia hippie di Merritt. Cresciuto solo con la madre beatnik, viene trascinato da una comunità hippie all’altra con poca convinzione: «senza acqua corrente siamo sopravvissuti solo un mese». Il padre – riascoltare Papa was a rodeo, summa della sua poetica – è Scott Fagan: un cantautore che nel ’68 pubblicò un album di discreto successo, South Atlantic Blues, cui seguì la composizione della prima (e forse ultima) opera rock di Broadway, Soon.

Stephin Merritt. Screengrab Vimeo/Bill McKenna

Stephin Merritt. Screengrab Vimeo/Bill McKenna

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Adesso pare che Fagan sia una gemma riscoperta del rock; può risultare manieristico, con un’inflessione vocale che distorce un timbro molto simile a quello di Stephin (Fagan ha anche lanciato una campagna Kickstarter per finanziare un album dove canterà le canzoni del figlio ritrovato). Una parentela musicale rivendicata, forse inconsapevolmente, in 82. Happy Beeping, in cui lamenta l’ennesimo fidanzato della madre, «a drummer-jazz» che odia i Neu!, i Can, Cluster & Eno. Merritt d’altra parte intrattiene con il rock’n’roll popolare una rapporto conflittuale. Nella traccia dedicata al 1979 ci avvisa: «Like your old no-goodnik dad / Kill your soul and kill your wife / Rock’n’roll will ruin your life / And make you sad / And I mean sad».

Probabilmente a torto, il modo in cui le strofe iniziali avanzano verso il nucleo della traccia, la voce roca e la rottura del ritornello mi hanno ricordato Smells Like Teen Spirit, uscita nel 1991 come l’album di debutto dei MF, Distant Plastic Trees. Lo classificano come rock ma non c’è traccia di una chitarra. Il singolo, 100.000 Fireflies, è boh, forse electro? Il punto è che Stephin Merritt è il Re illegittimo del pop degli ultimi 20 anni. Già dagli inizi e attraverso tutti i suoi progetti collaterali – uno su tutti, i Future Bible Heroes – ha prodotto centinaia di variazioni formidabili su un formato solo: la canzone pop.

È qui che si concentra il labor limae dei MF: la brevità e la semplicità. La durata media di 69 Love Songs è 2’40”. Tra i suoi musicisti preferiti di Merritt ci sono «Ella Fitzgerald, Doris Day e gli Abba: hanno tutti scritto canzoni molto semplici». Gli Abba in particolare, dice, «sono dei maestri nel prendere quattro note per poi costruirci una cattedrale. The Winner Takes it All non potrebbe essere più matematica a livello musicale, ma la voce e le parole sono una tragedia greca». E così in 50 Song Memoir compaiono I’m Sad o The Ex and I che sono una specie di autoparodia, un’ironica rappresentazione dei topoi dei MF che rimanda al melodramma, al teatro e al cinema.

Come The Book of Love: forse una delle canzoni più romantiche e vere sull’amore e allo stesso tempo una meta-critica a 69 Love Songs e alla canzonetta cortese in se: «The book of love is long and boring / No one can lift the damn thing / It’s full of charts and facts and figures / And instructions for dancing». Così orecchiabile che Peter Gabriel ne ha fatto una cover, poi finita in Shall We Dance? con Lopez, Gere e Sarandon…


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Nella continua elusione delle convenzioni richieste per il successo (essere gentile coi giornalisti, pubblicare più dischi, fare della propria omosessualità una bandiera) Merritt può essere tacciato di snobismo. Innanzitutto per lo stile ostinatamente lo-fi. Nei suoi taccuini si sbircia una nota: «il suono tipo Cream si ottiene inserendo amplificatori inglesi dentro prese americane», qualcosa che i giornalisti tedeschi interpretano come lo-fi: non il genere, proprio nel senso di cattiva registrazione.

È una fissazione riuscita bene a pochi, uno «sloppy cool» eguagliato forse solo dai Pavement. Come loro, anche i MF sembrano aver avuto l’ambizione di diventare musica piuttosto che famosi.

Altre volte l’accusa di intellettualismo calza a pennello: ringraziamenti a Ray Kurzweil, Magnetic Fields che è tratto da un romanzo di Brèton, citazionismo diffuso, rime come Camus/vermouth, cover band argentine che pagano tributo traducendo in spagnolo ogni singola strofa di 69 Love Songs. How I Failed Ethics, per l’anno 1986, riflette questo atteggiamento: un’esperienza singolare e personale ma nella quale l’ascoltatore può identificarsi senza prendersi troppo sul serio (io per esempio ho failed Linguistics, ma augurando la morte a de Saussure).

Sofisticazione e allo stesso tempo costante distanziamento ironico. Forse in questa linea di pensiero rientra tutta la polemica dei primi Duemila, quando Merritt fu accusato di razzismo. Invitato a una conferenza sulla vergogna (proprio così…), aveva citato Zip-A-Dee Doo-Da tratta da un musical Disney apertamente razzista, Song of the South. La polemica finì per stabilire un assioma assurdo: se, come a Stephin Merritt, non ti piace l’hip hop, allora sei razzista.

Potremmo continuare con infiniti particolari, ma: la reazione finale, come con la sua tipica antipatia, è il perdono. In ultima analisi, a Merritt si perdona il fatto di aver creato una musica universale ma per eletti (davvero, o sei un seguace o non ne hai mai sentito parlare) perché ha dedicato la sua vita a quest’arte. Se 69 Love Songs è una serenata alla canzone pop, 50 Song Memoir è una lettera d’amore alla musica in toto.

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CLARA MIRANDA SCHERFFIG ha scritto di cinema e media per IL Magazine, VICE, Rivista Studio, Prismo, DoppioZero, Che Fare, Film Comment, Fandor, IndieWire, Cinema Scope. In tempi non sospetti ha sostituito l’interesse per la moda con quello per l’antropologia (che forse è la stessa cosa). Quando uccide le zanzare beve il Gatorade.
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