Avete presente la fine di Donnie Darko? La telecamera che sorvola le vite singolari col suo abbraccio distante, empatizzando con santi e peccatori sulle note di Mad World?

È un luogo comune della cinematografia (specialmente di quegli anni, da American Beauty a Malick che ci ha costruito un film intero) tanto che potremmo considerarla una prospettiva implicita e caratteristica del mezzo stesso: lo sguardo compassionevole di Dio, cioè dell’Autore ma anche dello Spettatore.

Luci della Centrale Elettrica, Qui. Screengrab

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Questo sguardo, questa panoramica sulle singolarità, è la figura retorica che costruisce Terra, l’ultimo disco delle Luci della Centrale Elettrica. Già il titolo, che è uno zoom-in dal disco precedente, Costellazioni, annuncia l’ampiezza del visibile, la sua portata geografica; ed è proprio la geografia l’attore principale, il soggetto vero dell’ultima fase artistica di Vasco Brondi. La cosa può disorientare se pensiamo agli esordi intimisti, ombelicali per i più critici, ma nel suo percorso c’è più continuità di quanto sembri a una prima occhiata.

Quando Le luci della Centrale Elettrica debuttano, col demo del 2007 prima e Canzoni da spiaggia deturpata l’anno successivo, già si percepisce una dissonanza tra grande e piccolo, tra generale e estremamente individuale. L’ambizione a farsi racconto generazionale («Cosa racconteremo ai figli che non avremo/ di questi cazzo di anni zero?») viene riconosciuta, abbracciata, rifiutata, ridicolizzata, ma si scontra in primo luogo con la natura di quelle canzoni: canzoni d’amore, dalla prima all’ultima.

La struttura del testo, che si ripete identica per tutti i primi dischi, è l’apostrofe: c’è un io che si rivolge a un tu, che è sempre una lei, spesso una lei del passato, perduta e rimpianta. Niente di più tradizionale in queste lettere d’amore non spedite, se non fosse che il discorso procedeva a integrare sempre più pezzi di mondo all’interno della relazione narrata; si apriva e includeva la realtà sociale in tutti i suoi aspetti: segni dei tempi, vociare dei media, eventi politici e ovviamente luoghi reali, calcati o sognati dai protagonisti.

Vasco si era lasciato sfuggire il manifesto della sua poetica: «Parlavamo delle nostre interiorità come se fossero delle metropoli».

In questo senso la vocazione geografica è sempre stata presente nelle Luci, ma sembrava avere anch’essa una dimensione intimista, più una toponomastica che una geografia: Via Ripamonti, Viale Krasnodar, i Navigli, Trastevere, Piazza Verdi e così via. Un’urbanistica sentimentale, amori tragici o teneri che infettavano la città, con le sue strade e i suoi palazzi. In una canzone del secondo album, Vasco si era lasciato sfuggire il manifesto della sua poetica: «Parlavamo delle nostre interiorità come se fossero delle metropoli».

Il rapporto tra la coppia scoppiata e il mondo, nelle sue manifestazioni discorsive (le voci mediatiche o le frasi di senso comune, variamente deturnate, che intervengono nei testi) o solidamente concrete (palazzi, quartieri, ecomostri) è sempre stata la cifra della sua scrittura. Un io e te che si rivede, si rispecchia, si confronta con l’Altro, cioè la situazione in cui è inserito, che non solo lo accoglie ma lo attraversa, lo parla, lo costruisce. Da questo corpo a corpo emerge una storia dai confini indefiniti, proprio per questo generale, così immersa nel flusso di immagini da essere solo uno dei tanti aspetti del mondo, nei quali alla fine si scioglie.


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Già in Costellazioni, il range di questi confini era stato stirato su lunghezze siderali, in modi a volte didascalici («cercasi persone con esperienza lavorativa tra Ferrara e la Luna») a volte profondi: «Via, ma continuare a misurare la distanza dei pianeti da te». Vuol dire: le distanze terrene sono infinitesime in confronto agli anni luce, rispetto ai quali la retta che ci divide è una minuscola parallasse. È il Baglioni di «Se anche tu vedi la stessa luna non siamo poi così lontani» spiegato bene, cioè complicato.

La panoramica sulle singolarità percorre tutto l’album, con uno sguardo satellitare che parte da terra, rimbalza in cielo e torna giù a catturare frammenti di vite: «La luna sui sentieri, sui destini generali, sui ragazzi che giocano a calcio nei penitenziari/ Le stelle sui viali, sulle offerte speciali, sulle ragazze che cantano nella notte verso i militari». Terra restringe il campo visivo, ma il decentramento del soggetto e del suo oggetto amoroso prosegue verso una vera e propria indecidibilità. Chi sono i “noi” in A forma di fulmine, la canzone che apre il disco?

Tre ipotesi. Il noi della coppia, in cui si fanno mezze maratone per raggiungere «il tuo cuore irraggiungibile» (una eco del correre sui «chilometri di scontrini» nel primo album). Oppure una collettività più ampia, identitaria, quel soggetto generazionale e ribelle che spesso Brondi chiama alle armi quando licenziano «altra gente dai call center». La canzone sarebbe allora un elenco delle potenzialità della moltitudine che ha per armi «solo chitarre elettriche», però questa moltitudine fa anche cose non proprio carine – scatenare guerre o «sparare sulla gente» – che, di questi tempi, è difficile siano solo sublimazioni poetiche.

Allora si fa largo la terza via: il noi che parla è l’umanità, raccontata nelle sue contraddizioni insanabili. Nessuna di queste ipotesi esaurisce il testo, ma tutte ne illuminano delle parti, a volte incrociandosi in un equivoco, come nel caso del verso del titolo: «Possiamo crescere ma ricordare per sempre la tua piccola cicatrice a forma di fulmine». Un ricordo della solita ragazza del passato che non morirà mai e aveva questa particolare cicatrice? Oppure proprio Harry Potter, che non sarà dimenticato dai lettori con l’età di Vasco, ormai cresciuti?

È la stessa situazione raccontata da Guccini riguardo Quello che non: tutti mi dicevano che era una bellissima canzone d’amore, ricorda in un aneddoto, ma io avevo scritto un testo esistenzialista, montaliano, parlavo dell’umanità. Ma entrambe le letture restano legittime e supportate da un testo che, qui come lì, si apre ai fraintendimenti, strabismi ermeneutici che conducendo in direzioni opposte lo arricchiscono.


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In Qui si canta di un “io” deflagrato e frammentato in mille esperienze, che si ricompone solo nello spazio del ritornello per mostrarsi vulnerabile a un “tu” lasciato indefinito. Il ritmo sostenuto evoca un montaggio veloce, una scrittura che si fa cinematografica nel movimento ancora prima che nelle scene. Così in Coprifuoco lo sguardo vaga impersonale tra stelle e bar, mentre la coppia si ricompone in una di queste tante scene, drammatizzandola: «E dove c’era un minareto o un campanile/ c’è un albero in fiore tra le rovine, ci siamo noi due, accecati dal sole/ mentre cerchi di spiegare».

Ma è un trabocchetto mascherato con un enjambement: lei non sta «cercando di spiegare» all’interno di una lite sentimentale, l’oggetto torna l’umanità: «Cos’è che ci ha fatto inventare/ la torre Eiffel, le guerre di religione, la stazione spaziale internazionale/ le armi di distruzione di massa e le canzoni d’amore».

Se nei dischi precedenti la coppia restava centrale sebbene circondata e attraversata dal mondo, ora il rapporto si è invertito: c’è un mondo, una geografia, che si impone come protagonista del racconto, all’interno del quale, a un certo punto, compare una coppia. Il Waltz degli scafisti, Viaggi disorganizzati e Moscerini sono altri esempi riusciti di una scrittura che ormai si declina all’infinito presente: spersonalizzata, universale eppure sempre dettagliata. «Morire senza pensieri, con la febbre alta a Tangeri/ Vivere in un seminterrato su una scogliera».

C’è un mondo, una geografia, che si impone come protagonista del racconto, all’interno del quale, a un certo punto, compare una coppia.

Due felici eccezioni riprendono la vecchia via delle Luci: Chakra e Nel profondo Veneto. Entrambe parlano di e a una ragazza, con quella dolcezza appena appena paternalista che nel corso degli anni ha sostituito la rabbia dei primi dischi. Nel ritornello di Chakra, Brondi dimostra una consapevolezza estrema dei propri mezzi, di quella lingua che ha affinato col tempo: «Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che in qualche modo hai aperto il chakra del tuo cuore/ qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me davvero non puoi stare/ qualcuno mi ha detto che gli hai detto che ogni tanto entri in contatto con il tuo io interiore/ qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me adesso sì che riesci a stare». E nonostante il centro della canzone sia una ragazza, le strofe costruiscono la sua figura con un mosaico di ricordi, speranze, passioni, a ribadire la vocazione orizzontale e molecolare delle liriche.

Nel profondo Veneto, forse il pezzo più commovente, insiste su un genere letterario tipico del nostro paese: il romanzo di formazione provinciale. Tante canzoni esplorano questo luogo narrativo, molte di Brondi stesso, ma la storia rimane fresca e credibile, vuoi perché sempre attuale, vuoi perché scritta molto bene. Con una tecnica classica della musica leggera, Brondi aggiunge due versi all’ultima iterazione del ritornello, cambiando segno a tutto ciò che era stato cantato: la vita della protagonista a Milano non è stata solo avventurosa, piena di sesso e ore piccole, ma autenticamente tragica, segnata dalla fame e dall’ideazione suicida.

Vasco Brondi. Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Vasco Brondi. Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

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In Terra c’è anche un passo falso e si tratta di Iperconnessi. Oggi una canzone contro gli hater virtuali, i leoni da tastiera, non la si nega a nessuno, da Fedez a Levante, ma intristisce che ci sia cascato anche Vasco Brondi. A lui perdonavamo quando ci confessava che la sua gioventù «resterà per l’eternità su Youtube», ma non gli perdoniamo che, da quella vetrina di visualizzazioni, si sfoghi dicendo che «i tuoi vent’anni, commenti feroci/ polsi sempre appoggiati, alla fine sono passati abbastanza inosservati».

Tanto più deludente quanto non necessario: Brondi non aveva bisogno della denuncia o dell’invettiva per essere intensamente politico. Il politico vibra sotto ogni frase, ogni testo, ogni melodia, per le ragioni fin qui espresse. Su Noisey, Diego De Angelis ha scritto che la dimensione politica è proprio ciò che hanno perso le Luci nel corso degli anni. Argomenta rifacendosi all’immaginario di una Bologna magica e politicizzata, sempre retrodatata ma sempre più vicina a noi (lui dice nel 2008, nel 2008 dicevano gli anni novanta e così via fino al ’77) e a un pugno di frasi: la nostalgia dei CCCP e un’allusione all’omicidio di Aldrovandi in Lacrimogeni. Oggi De Angelis contempla sconsolato le hit estive scritte per Jovanotti.

Il punto è che la scrittura delle Luci non è politica in quel pugno di frasi che dicono cose politiche, ma nel suo stesso movimento: quell’ondeggiare continuo tra soggetti e mondo, tra le parole e le cose, tra lo spazio e chi si trova a viverlo. L’affresco geografico di Brondi abbraccia tutto senza perdere il particolare. Un tentativo artistico di dare corpo a quel soggetto collettivo ma formato da individualità irriducibili, la chimera della sinistra antagonista degli ultimi vent’anni.

A tal proposito, c’è un altro articolo di Noisey, più vecchio, che mi fece riflettere a suo tempo. L’autore si stupisce e si incazza di una situazione che anch’io avevo sotto gli occhi da parecchio: la musica di movimento, quella che esce dai carri delle manifestazioni, è ferma alla fine degli anni novanta. Una scaletta sempre identica che potrei citarvi a memoria: Curre curre guaglió, Liberi tutti, I cento passi e così via. Ma, proprio nella manifestazione citata in apertura di articolo, alla quale partecipai, ci fu una new entry. Quella playlist cristallizzata da decenni tirò fuori Piromani, da Canzoni da spiaggia deturpata. Una canzone diversa dalle sue vicine, lenta e arpeggiata per la maggior parte del tempo, una canzone d’amore.

Confidiamo sia stata scelta non per la singola frase sull’assaltare i cieli, ma perché la via della Centrale Elettrica, che dice insieme l’individuale e il collettivo, il sentimentale e il sociale, è stata recepita anche nella monotonia pragmatica di certi ambienti. E quella via è ancora qui, più forte di ieri, cieli assaltati o meno.

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ALESSANDRO LOLLI nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
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