Sono tamburi della giungla? Più probabile che sia una specie di discoteca. Mostri che ridono, una spy story africana.

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«Chiunque vincerà le prossime elezioni, farà diventare gli Stati Uniti una nazione di governanti occulti e di cittadini sovraesposti» ha detto Edward Snowden tempo fa, commentando le presidenziali americane.

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Illustrazione di Nicola Giorgio

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Snowden ha fatto molto per ridefinire la figura della spia, sottraendola al suo mondo di intrighi post-bellici e a una cinematografia d’azione in cui si fa sempre tappa in un paese russo (anche se a dire il vero questa tappa è rimasta), per renderla un’icona diffusa e di bassa intensità, impegnata in contesti burocratici e avvilenti più vicini agli uffici delle tasse ne Il Re Pallido di David Foster Wallace che agli slanci degli agenti segreti di Ian Fleming.

È questa la spia contemporanea: sempre confusa, poco esotica. Se il tramonto dello Stato-nazione ha costretto tutti a reinventare la propria identità, figuriamoci cosa è successo alle figure immaginarie o reali impegnate a farlo crollare. «Molti sorvegliano, nessuno vede» – scrive Denis Johnson in Mostri che ridono, uscito da poco per Einaudi nell’ipnotica traduzione di Silvia Pareschi – «Nato, Onu, Uk, Usa: caos burocratico con faccia impassibile e modi pacati. Sono pazzi, sono ciechi, sono sventati, e se ne infischiano tutti».

In un mondo in cui quasi ci si sente ridicoli a usare la parola spia, non c’è più un’idea chiara di cosa sia audace e cosa sia stupido; la ferma certezza è che niente sia eroico.

Immagino Denis Johnson intento a tamponare fluidi imprevisti che gli scorrono fuori dal corpo, mentre attraversa generi e mondi letterari.

Denis Johnson, figlio di un dipendente dei servizi segreti americani un tempo di stanza in Germania, ha trascorso l’infanzia tra Filippine e Giappone prima di stabilirsi nei sobborghi di Washington con i genitori. Anche se la geografia non è destino e la genealogia familiare forse ancora meno, questa formazione deve avergli trasmesso un disorientamento (e una conseguente sindrome di adattamento) che nei film di science-fiction si manifesta sempre con un filo di sangue che cola dal naso. Per questo a volte immagino Denis Johnson intento a tamponare fluidi imprevisti che gli scorrono fuori dal corpo, mentre attraversa generi e mondi letterari e supera tutte le loro convenzioni formali.

Al suo attivo, Johnson ha bellissime ballate di destituzione come Angeli (ne esiste una vecchia edizione Feltrinelli), cronache post-apocalittiche tipo Fiskadoro, l’immarcescibile raccolta di racconti Jesus’ Son («Parlami dentro la ferita. Dimmi che sto bene») e romanzi più teutonici nello stile di Albero di Fumo o dell’epica di Train Dreams. Durante la fase della sua vita dedita a droghe ricreative e dipendenze, Johnson è stato anche un discreto poeta, mentre con Mostri che ridono, lo scrittore ha tentato la strada del thriller sgravato da una trama troppo preponderante a vantaggio dell’atmosfera.

Tutti questi libri sono scritti benissimo. Nessuno di questi libri lo ha fatto diventare famoso.

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Denis Johnson. Screengrab Cindy Lee Johnson/Tara Sinn

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Di Denis Johnson si dice sempre che è sottovalutato e familiare solo alla critica, ai colleghi scrittori oppure ai lettori con una facile propensione ai feticci. Ma è come se la sua fosse una programmatica deviazione di tendenza, con una sua ambizione intrinseca: più che parlare di uno scrittore non emerso, forse si tratta di uno scrittore che vuole far perdere le sue tracce, e che di questo impulso ha fatto un metodo. Un epitaffio alla Spoon River farebbe dire a Denis Johnson «avrei potuto ottenere di più, ero bravo abbastanza», ma da sua appassionata lettrice, con il tempo ho spostato l’obiettivo dal mondo che non lo capisce a un autore che si fa beffe del mondo: forse il suo vero epitaffio è «Mi sono nascosto».

Mostri che ridono può sembrare la svolta commerciale di Johnson, un suo piegarsi alla letteratura che sventra la classifica, una rivelazione; ma non lo è, nonostante sia uno dei suoi libri più immediati. In realtà si tratta di un gioco, seppure non molto consolatorio, un esperimento che a posteriori sembra quasi ovvio: mediare John le Carré attraverso Joseph Conrad. Dal primo Johnson prende l’assenza di sensazionalismo, dal secondo l’abisso.

Denis Johnson non scrive intrighi o thriller, compone storie. Per lui la verità vive solo nel mito, nei fatti e nei dettagli muore.

Questa spy story ambientata in Sierra Leone parte con lo sbarco di un agente di servizi collaterali alla Nato di nome Roland Nair. Nair fa check-in un albergo di Freetown che si chiama Papa Leone, e aspetta di incontrare l’amico-nemico Michael Adriko, ex-bambino soldato e disertore dell’esercito statunitense, il personaggio monumentale del romanzo, un Colonello Kurtz con gusto e umorismo migliori.

I due sono in città per affari, invaghiti della stessa donna come d’abitudine, e per tutte le prime pagine il romanzo sembra scritto da una voce fuori campo, che è il tempo verbale ed esistenziale tipico del thriller. Non c’è nulla, mentre ci addentriamo in Mostri che ridono, che non ci sia diventato familiare attraverso certi romanzi di Graham Greene o certe puntate di Homeland (a un certo punto, quando Michael tira in ballo il Mossad, alla tensione succede l’irritazione tipica di quando nella serie si tirava fuori la carta destabilizzante israeliana).

Daniel Johnson - Mostri che ridono (Enclave, Richard Mosse)

Richard Mosse, particolare copertina
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Circondato da allegri elfi cannibali con la faccia paonazza, Nair scrive lettere alla sua fidanzata Tina rimasta in Europa: «Adesso c’è un tizio che sembra stia violentando un mucchio di legna in fiamme con i vestiti addosso, e la gente ai tavoli vicini gli lancia monete… Ero venuto solo per mangiare e bere, non sapevo che saremmo stati in trattenuti da un piromane masochista. Santo Dio, cara la mia bambina, sono in un albergo africano e sto guardando un tizio in fiamme, e sono un po’ ubriaco perché penso che in Africa occidentale sia meglio esserlo sempre un pochino».

Come nelle lettere finali che scrive a Tina dopo la sua dissipazione personale e la fine di ogni complotto, Nair è quasi romantico, patetico. Ecco una prima forma di dissonanza rispetto alla spy story e alle sue pretese di azione: Denis Johnson non scrive intrighi o thriller, compone storie. Per lui la verità vive solo nel mito, nei fatti e nei dettagli muore.

Ed è così che dopo una falsa partenza da spy story convenzionale, Mostri che ridono diventa un altro libro, un Cuore di tenebra in cui Marlow e Kurtz non sono persone distinte, e il rapporto tra Africa e Occidente è quello di una trasfusione sbagliata. Il lettore intimorito dalla scrittura così modulata, spesso anche letterale di Johnson, è costretto ad arrendersi e a seguire i personaggi pur sapendo che molto probabilmente non andranno da nessuna parte. «Chi è la ragazza?» domanda Nair ad Adriko solo per sentirsi rispondere «Seguiranno altre rivelazioni», frase che nel romanzo ricorre con una frequenza prima divertente e poi solo disturbante: le rivelazioni non arriveranno. Il lettore scoprirà a malapena che i Mostri che ridono sono in realtà montagne che si chiamano Monti Felici, etichettate così da un missionario in un momento di frustrazione.

«A volte ti blocchi, tutto qui. L’Africa è così. Poi riparti, senza la minima idea di cosa ti è successo, e l’Africa è anche così. E se mentre sei bloccato ti danno carta e penna? Potresti anche usarli».

Se Cuore di tenebra apre la carne, Mostri che ridono è un romanzo già cicatriziale.

In una recensione apparsa su Internazionale, Goffredo Fofi dice che Johnson imita i maestri senza averne la carica morale. Quando penso a Joseph Conrad e ai suoi libri, però, morale non è la prima parola che viene in mente: anche lì era tutto orribile, e anche lì c’era raramente un fine per l’orrore. La pedagogia di Conrad non è mai ovvia, persino in Linea d’Ombra che dovrebbe essere il suo titolo più formativo.

Conrad si tiene al riparo da una funzione politica della letteratura per come ha usato il tempo: nei suoi libri ci sono stazioni di posta, ore malariche, lettere che non arrivano, reception di albergo svuotate, comunicazioni mancate, carichi misteriosi, spedizioni che non vanno a buon fine, e le attese, le attese, le attese. Attraverso questa dilatazione del tempo, i personaggi cambiano inconsapevolmente, ma tutto quello che imparano è loro malgrado, e anche la ricostruzione di senso è allucinatoria e vaga.

In Cuore di tenebra, la critica al progetto coloniale viene smussata continuamente dal ritmo della narrazione, che è ondulatorio e perennemente ambiguo, tanto da farla diventare una novella apertissima, come una ferita che non smette mai di sanguinare, forse unica nel suo caso: Harold Bloom ha sottolineato come Cuore di tenebra sia il romanzo moderno su cui siano state scritte più pagine di critica in assoluto.

Daniel Johnson - Mostri che ridono (Enclave, Richard Mosse)

Richard Mosse, Enclave. Screengrab Youtube/Portland Art Museum

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Ma se Cuore di tenebra apre la carne, Mostri che ridono è un romanzo già cicatriziale. Leggendo il libro di Johnson è inevitabile pensare a Marlow e Kurtz, alla donna che quest’ultimo non sposerà, ma lo si fa per una giustapposizione di disarmonie più che per un esplicito atto di accusa nei confronti di vecchi e nuovi colonialismi.

I personaggi di Johnson non sono piacevoli: Hortz confessa di avere una moglie malata terminale con una specie di orgoglio, Nair va a letto con una quindicenne ivoriana presa dalla strada contento che lei non sappia l’inglese perché così può dire tutte le cose orribili che non si possono dire, e a un certo punto durante un viaggio in macchina lui e i suoi compagni di avventura investono una donna ma non si fermano. Forse è stato un omicidio, non lo sapranno mai: «lo sbaglio non era stato scappare dalla scena; lo sbaglio era stato girarsi a guardarla».

Come quelli di Conrad, i personaggi di Johnson sono antipatici, affabulatori, maghi e matti, ma non vengono mai crocifissi, neanche nel loro oggettivo orrore, e l’alterità che nel libro di Conrad era totale, magnetica nella sua distanza, qui diventa quasi una faccenda di cartapesta. Per Marlow risalire il fiume era andare indietro nel tempo, per Nair gli aeroporti africani sono un regno intermedio per l’oblio: luoghi in cui non si avanza e non si impara.

Forse la prima parte di Mostri che ridono di Denis Johnson sarebbe piaciuta molto a Umberto Eco o Italo Calvino: per quella fede pallida in un postmoderno di caricatura e reinvenzione, per la simulazione di una cinematografia del discorso che tutto plastifica e appiattisce, per un approccio libero e divertito al genere. Ma la realtà è che questo romanzo bellissimo da leggere è attraversato dall’amarezza e persino dalla paura, così vicino a una linea d’ombra che non solo certe spie dall’esistenza avventurosa hanno da attraversare: Denis Johnson non è il Conrad che ci meritiamo, ma il Conrad a cui involontariamente, ogni giorno, sopravviviamo.

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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