Hipster e Punk: in mezzo, il mare di ogni possibile controstile. Argomento troppo vasto per tentare visioni d’insieme, troppo inflazionato per infliggersi la violenza di un approccio rigoroso. Segue perciò una lista di appunti sparsi in ordine preciso: linguaggio eccessivo dice cose semplici, l’elenco le complica, la sovrainterpretazione è dietro l’angolo. E incominciamo.

Gavin McInnes in How To Be A Man (Controguida all'Hipster e al Punk)

Gavin McInnes in How to be a man (2013)

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1. L’Hipster non è morto e non morirà mai.

2. L’Hipster è la sottocultura che pone fine a tutte le sottoculture.

3. L’Hipster è la somma delle sue contraddizioni, delle definizioni inconciliabili, del volume di discorsi che ha suscitato al suo apparire.

4. Non chi o cosa è Hipster, ma chi o cosa può non esserlo.

5. Hipster non è uno stile. Barba, senza barba, doppio taglio, corto, lungo, medio, occhiali sì, occhiali no, bicicletta, ritorno dello scooter, della macchina, della giacca jeans piena di toppe, del fumo di Londra elegantissimo.

6. In un famoso e disperato tentativo di essenzialismo storico, nel 2009 il fotografo Josh Meister formalizzò nove diverse incarnazioni dell’Hipster, ciascuna caratteristica di ogni anno. Oggi, nel 2017, riconosciamo che potremmo incontrarli tutti e nove nello stesso locale.
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Ogni stile è interpretabile come Hipster nella sua dialettica storica con un mainstream reale o percepito.

8. Di più, ogni stile che si pone in dialettica storica con un mainstream reale o percepito, oggi è in primo luogo Hipster, con aggettivi a seguito.

9. Hipster è la disillusione circa la possibilità di prendere seriamente una rivolta che si manifesta nel look, cioè una sottocultura.

10. Hipster non è un contenuto. Ecologista, disimpegnato, cinico, di destra, di sinistra, liberista, filogovernativo. Ogni posizione può essere sostenuta in maniera Hipster.

11. Hipster è il sospetto che ogni posizione sia una posa.

12. Hipster è un potenziale ironico incarnato. L’estetizzazione di tutti i contenuti e, insieme, lo svuotamento di tutte le estetiche.

Barba, senza barba, doppio taglio, corto, lungo, medio, occhiali sì, occhiali no, bicicletta, ritorno dello scooter.

13. Il dispositivo Hipster estende il suo dominio sugli stili futuri, condannati a riprodursi come l’ennesima trasformazione degli Hipster. Le campane a morto sono tentativi fallimentari di uccidere uno stile che è invece un’idea, un concezione dello stile.

14. «Addio hipster, ora fanno tendenza i new normal». (Corriere della Sera, Novembre 2014)

15. «Gli Hipster sono morti, lunga vita agli Yuccies». (GQ Italia, Giugno 2015)

16. Il dispositivo Hipster risignifica retroattivamente gli stili che vengono dal passato che, seppure resistono con la loro storia, nel presentarsi oggi, sono presi dall’ermeneutica hipster: hipster che fa il metallaro, hipster che fa il rapper e così via.

17. In questo senso, Hipster coincide con il poser e ne è la sua nobilitazione.

18. “Posare” una sottocultura è stato per lungo tempo una vergogna. Oggi è una vergogna prenderla sul serio; si chiama ingenuità.

19. Con la sua capacità di sovradeterminare qualsiasi stile, Hipster è la seconda sottucultura completamente formale. La prima è stata il Punk.
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20.
Non chi o cosa è Punk, ma chi o cosa può esserlo.

21. Ogni stile è interpretabile come Punk nella sua dialettica storica con un mainstream reale o percepito.

22. Punk è l’illusione fondamentale di ogni sottocultura, cioè la possibilità di prendere seriamente una rivolta che si manifesta nel look.

23. Punk è il sospetto che le pose siano una posizione.

24. Il Punk è stata la prima sottocultura formale, cioè il luogo in cui le contraddizioni di tutte le altre sottoculture, precedenti e successive, esplodono nel paradosso di un controstile che è “pur sempre” uno stile.

25. Ogni sottocultura ricerca un’autenticità contro un mainstream reale o percepito. Il Punk è stata l’interrogazione esplicita sul ruolo del look, dello stile, dell’apparenza nella ricerca dell’autenticità. La risposta è stata sanamente schizofrenica.

26. Le sottoculture contenutistiche relegano l’apparenza al ruolo di ricaduta più esterna di una serie di contenuti interni, il poser ha la prima ma non i secondi. Ma se l’apparenza medesima diventa il luogo dell’autenticità, il poser è un rischio immanente continuo, praticamente infalsificabile.

27. La psicosi del poser abita tutte le sottoculture, ma il Punk è quella psicosi.

28. «Ci stanno uccidendo al suono della nostra musica» (Peggio Punx, 1984)

29. «E non mi piace rispondere “sì” quando dicono che sono punk». (Non voglio essere niente, Skruigners, 1998)

Il Punk è stata l’interrogazione esplicita sul ruolo del look nella ricerca dell’autenticità. La risposta è stata sanamente schizofrenica.

30. «PUNK NON GARANTISCE NIENTE ALLA VISTA – È come l’abito che fa il monaco all’apparenza, ma tutti sapevano quando i monaci esistevano che l’abito non fa il monaco anche se serve per fare un monaco magari solo per distinguerlo dai laici». (Giovanni Lindo Ferretti, 1984).

31. Se manifestare l’autenticità è stato il primo problema in una tradizione occidentale che pone da sempre l’autentico all’interno, il secondo è stato trovare una forma che non si cristallizzasse in una posa. Non c’è.

32. Il Punk fu un movimento iconoclasta in perenne lotta con le icone che si era dato.

33. «C’è stato anche chi alla fine dei concerti ci ha chiesto autografi, se poteva avere in regalo un plettro usato da noi, o un foglio di carta con sopra una scaletta (reliquie? Io non ho parole)». (I Fichissimi, discorso di addio)

34. Deterritorializzazione e riterritorializzazione continua del look come luogo del senso, il cui senso è rivolta.

35. «Punk nella testa non nella cresta».

36. Nella testa: ogni posizione può essere Punk a seconda del contesto in cui è sostenuta.

37. Non nella cresta: ogni stile può essere Punk a seconda del contesto in cui si mostra.
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38. Ne consegue che non c’è limite alle posizioni, ai look, ai gesti che si pongono in dialettica con un mainstream reale o percepito interpretabili come Punk o Hipster.

39. «Miley Cyrus is punk as fuck». (Noisey, Settembre 2013)

40. «Miley Cyrus and the Mainstreaming of Hipster Appropriation». (Popmatters, Giugno 2013)

41. Possiamo radicalizzare l’interpretazione di ogni controstile all’interno di una dicotomia rigida: Punk o Hipster. Punk è la politicizzazione di ogni forma, Hipster la sua spoliticizzazione; l’uno riempie, l’altro svuota.

42. Ogni controstile è una performance il cui senso è rinnovato di volta in volta tanto dal soggetto che lo performa, quanto dall’Altro che la valuta, la ignora, la accetta o la rifiuta.

43. In questo senso, Hipster e Punk non sono solo sottoculture formali, ma soprattutto sottoculture potenziali che si trovano al di qua di ogni messa in atto e dalle quali ogni azione può trarre significato, direzione, forma.

44. Punk è il potenziale rivoluzionario di ogni gesto, di ogni parola, di ogni estetica; Hipster è la possibilità ironica di ogni gesto, di ogni parola, di ogni estetica rivoluzionaria.

45. «La trasgressione del punk, la banalità accattivante del rock, la rassicurazione del neoconvertito. Invertire l’ordine considerando trasgressivo il neoconvertito e rassicurante il punk, ferma restante l’accattivante banalità del rock, nulla cambia». (Giovanni Lindo Ferretti, 2012)

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ALESSANDRO LOLLI nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
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