Fino a qualche anno fa, visitavo spesso la sezione Un(der)known Writers su The New Inquiry. Era un modo per scoprire scritture messe al margine, in genere non americane.

Anna Kavan

Anna Kavan. Via Kavan.land

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È lì che mi sono imbattuta per la prima volta in Anna Kavan e Clarice Lispector (oggi che gode del suo pubblico meno elitario di sempre, pensare che sia appartenuta a quella categoria fa quasi sorridere), ma anche in autrici italiane come la poetessa siciliana Helle Busacca. Elliot ha rimesso in circolazione il suo I Quanti del Suicidio, autopubblicato nel 1972: una sinfonia sul lutto dedicata al fratello Aldo che si suicidò nel 1965.

Della poesia confessionale anni Settanta sapevo molte cose – che era arrabbiata, civile, violenta – ma Busacca le aveva dato un’altra forma, una specie di rancore classico e allo stesso tempo colloquiale, una grecità malinconica che scioglie costantemente i grumi del proprio privato. Non so se era poco adatta ai tempi (eppure in quegli anni si pubblicava davvero di tutto), ma senza gli americani di Helle Busacca non avrei saputo niente.

Oggi funzionano non tanto le fascette che ricordano i premi, quanto quelle che annunciano «il libro che avete ignorato per tutto questo tempo».

La storia della letteratura, più che a una geologia fatta di fratture e scissioni, somiglia a una galassia in cui qualche astro risplende sempre più d’altri, per genere, lingua e quello che un tempo si sarebbe detto «passato coloniale» senza timore di apparire demodé. Chi finisce in un buco nero, se non altro, spesso si trova a sparire solo per un determinato lasso di tempo, come insegnano le dinamiche editoriali degli ultimi tempi: in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attenzione per il lavoro di alcuni autori negletti nel passato, soprattutto donne, si è trasformata in una forza (o un feticcio) di mercato.

Lucia Berlin, A Manual for Cleaning Women (Picador Ed.)

Gli editor fanno un lavoro mirato sulle figure che hanno fallito – come Granta di recente con Whatever happened to Interracial Love? dell’afroamericana Kathleen Collins -, l’oscurità di un tempo ha un valore seduttivo e la riscoperta ha una funzione quasi sacra; oggi funzionano non tanto le fascette che ricordano i premi, quanto quelle che annunciano «il libro che avete ignorato per tutto questo tempo».

I bellissimi racconti di Lucia Berlin in A Manual for Cleaning Ladies (uscito in Italia per Bollati Boringhieri con un’ottima traduzione di Federica Aceto e il titolo infelice La donna che scriveva racconti) sono un po’ il manifesto di questa beatificazione dell’insuccesso. Considerato che il potenziale inespresso è uno dei temi più forti e ricorrenti delle sue storie, a volte il libro di Berlin sembra una struggente lettura metatestuale.

C’è qualcosa di simile nei ripescaggi di Renata Adler, Lucia Berlin, Clarice Lispector. Quando penso a una possibile candidata per qualcosa di simile, mi viene in mente Nina Berberova. Per i francesi è già risorta negli anni Novanta, la New Directions ha iniziato a pubblicarla dal decennio scorso e quasi tutti i suoi titoli sono disponibili per Adelphi: le mancano solo quella somma di riferimenti incrociati e citazioni ricorsive che possono trasformarla da fantasma a maestra. Forse in Italia qualcosa del genere può accadere a Fausta Cialente.

Lo scorso anno, in una piccola libreria americana specializzata in edizioni straniere, mi sono imbattuta in un volume con copertina tra gotico e vaporwave e titolo apparentemente sgrammaticato: Cortile a Cleopatra (in realtà Cleopatra è il quartiere ad Alessandria d’Egitto dove è ambientata la storia). Uscito per la prima volta nel 1936, era stato ripubblicato in quella veste cupa e tropicale per Baldini & Castoldi nel 2004 ed era arrivato a costare 36 dollari per il capriccio e la venerazione di un libraio americano nei confronti della sua autrice. Di Fausta Cialente non sapevo nulla; facendo qualche ricerca su internet mi sono chiesta come fosse possibile.

Non credo sia stata una questione di genere, quanto di irriducibilità della sua scrittura.

Cialente è figlia di un ufficiale di carriera e come diversi altri scrittori (Denis Johnson, Joan Didion) ha trascorso un’infanzia scandita dalla vita diplomatica e militare, arrivando a produrre una letteratura, più che esotizzante, inevitabilmente straniera. Italiana di origini triestine, residente per qualche anno ad Alessandria d’Egitto e morta a Londra nel tentativo di trovare un posto stabile (forse anche per questo dedicandosi, negli ultimi anni, all’attività di traduttrice), ha fatto la giornalista e si è occupata delle tematiche in cui andavo immancabilmente a parare negli anni della mia formazione: i libri scritti da donne, il fascismo e la modernità.

Fausta Cialente

Fausta Cialente. Via 150anni

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Com’era possibile che non avessi mai sentito parlare anche solo del romanzo Natalia? Uscito nel 1930, era incappato nella censura perché la protagonista veniva meno all’archetipo della donna per il regime – non era in grado di sostenere la maternità – e nutriva un affetto saturo di desiderio per l’amica Silvia, tanto che Cialente non si limita a descrivere la natura erotica della loro relazione, ma la supera con la noia e la stanchezza:

«Silvia porta in sé le ventiquattro ore e quelle notturne, prossime, sono le più dolorose. Averla guardata tutta la giornata è stata una sofferenza. Ma non è niente: bisognerà toccarla, fra poco, e baciarla. Natalia non si sente preparata a un rito che è quasi sempre lo stesso e la guarda (sorride ogni tanto alla madre e al viscido segretario) con gli occhi bruciati».

Ho fatto un esame universitario dedicato ai sotterfugi di Moravia e Pavese per allinearsi o meno al regime sulle riviste di gioventù, e ho trascorso pomeriggi sui testi di autori loro coetanei alla ricerca di metafore traditrici e metriche di dissimulazione. Di Fausta Cialente e delle sue pagine dal neorealismo notturno, corrotto dal sogno e dall’allucinazione poetica (a un certo punto Natalia descrive Silvia come un vegetale) neanche una riga.

Non credo sia stata una questione di genere, quanto di irriducibilità della sua scrittura. È vero che scrittori più anomali e maleducati hanno trovato un posto nella tradizione italiana, ma la mancata osmosi di Natalia non ha a che fare con un estro e stile incomparabili, quanto con l’uso sistematico di ciò che è poco domestico, qualcosa che viene pigramente liquidato come realismo magico, che è un altro modo per ghettizzarlo.

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ESILIO O CULTO?

Anna Kavan, Self Portrait

Anna Kavan, Self Portrait (particolare). Via alchetron

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Quando la stranezza interna di un autore – per follia, cosmopolitismo o scarsa intimità con le regole – non viene silenziata nella propria cultura di appartenenza, tende a diventare culto. Una sorta di esilio un po’ più speciale, come quello toccato in sorte in Inghilterra ad Anna Kavan.

A dire il vero, il suo nome mi era familiare ancora prima di trovarlo su Un(der)known Writers perché lo trovavo spesso nei forum che parlavano di letteratura e depressione, o nelle pagine Splinder piene di foto di Sylvia Plath e Amelia Pozzi. Kavan era eroinomane, morta di complicazioni cardiache probabilmente dovute alla droga ma non per forza riconducibili a un suicidio, che pure aveva tentato diverse volte nel corso della sua vita tra una clinica e l’altra.

Anna Kavan, Ice

Il corpus principale della sua opera è dedicato all’esperienza dell’alienazione, delle gerarchie di potere tra paziente e istituzioni normalizzanti; sulla pagina i suoi rapporti d’amore sono gelidi e ossessionati dalla forma, plasmati da una lingua che deve molto all’ipnosi inconscia del sonno, quello spazio in cui, come scriveva Hélène Cixous, «we unvirgin ourselves». (Se Cialente è notturna per tentativi, Kavan lo è in tutto).

Il libro più famoso di Kavan, però, quello per cui ha infranto una certa barriera dell’attenzione, è quello in cui si distacca parzialmente dai suoi temi di sempre, la sua anomalia, il suo avventurarsi nella science-fiction con l’aggressività poetica della sua scrittura: Ice (1967) è un grande classico slipstream sulle macerie del mondo devastato da una gelata perenne, in cui le vicende del protagonista (spesso in Kavan luoghi e persone non hanno un nome) ossessionato dalla sua «ragazza di vetro» svelano gradualmente uno scenario apocalittico dominato dalla patriarchia e dalla devastazione ambientale, inquietante perché non è metafora di niente: il ghiaccio che uccide di Kavan non è la droga in cui non era intrappolata e non è il malgoverno, ma un connubio tra macerazione esistenziale e cosmo indecifrabile. Leggerlo è come stare in macchina con il protagonista, guidare in una landa desolata, investire qualcuno e risvegliarsi a letto convinti di averla scampata, per ritrovarsi le mani coperte di sangue (o ibernate, in questo caso).

Fascismo, donne e proto-climate change: se c’è un romanzo del passato che doveva scalare le classifiche dei libri più venduti dopo le elezioni di Donald Trump era questo, e non 1984.

Uno scenario apocalittico dominato dalla patriarchia e dalla devastazione ambientale, inquietante perché non è metafora di niente.

Sia quando si tratta di Lispector sia quando si tratta di Kavan, critici, editori e lettori tendono a tirare in ballo Kafka, la patente di legittimità per chiunque aspiri a fare una letteratura in cui ci si addormenta uomini e ci si risveglia alieni. L’agente di Kavan, quando gli consegnò la bozza di Ice, le disse addirittura che sembrava un incrocio tra Kafka e gli Avengers. Eppure questo approccio sepolcrale ha manifestato tutti i suoi limiti, perché ignora la portata eversiva di un nuovo vocabolario che alcune autrici hanno provato a creare e ignora un fatto semplice ma fondamentale: ci sono scritture a cui non serve un canone, ma solo un pubblico capace di stanarle nel buco nero in cui sono precipitate.

Non è un brutto posto di per sé. Di fatto, è quello in cui succedono le cose più interessanti allo spazio e al tempo.

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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