Nel luglio del 2015 condivisi lo stesso manifesto con Maccio Capatonda. Al Passioni Festival di Arezzo c’era una serie d’incontri che spaziavano da lui a Edoardo Bennato a Lina Wertmüller passando per Matteo Viviani delle Iene al critico d’arte Flavio Caroli e da qualche parte infilarono anche me. Sulla Nazione fecero anche un bell’articolo celebrativo su tutti gli ospiti e saltarono un solo nome: il mio.

Maccio Capatonda. Per concessione dell’intervistato

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Ad oggi è stata l’ultima mia data aretina. Andai di pomeriggio a vedere Maccio Capatonda che eri lì con Herbert Ballerina e c’era Andrea Scanzi che li intervistava e me ne andai via a metà incontro. C’era una quantità tale di gente che mi girarono i coglioni. Roba che se Maccio avesse chiesto uno scooter in regalo al pubblico, sarebbe partita un’asta fra le groupie per avere l’onore di poterglielo regalare. Avrebbero speso dei soldi per poter accedere alla possibilità di spendere altri soldi per regalargli lo scooter, magari pure con raffreddamento liquido. E io che dovevo litigare per i rimborsi spese.

La sera toccava a me. Proposi le mie cose davanti a un pubblico di gente passata lì per caso, che non mi conosceva minimamente ma gli avevano detto che c’era un comico e un comico va sempre bene. Me ne stavo sotto un gazebo a leggere le mie cose e mi guardavano come si guarda un rettile. Un tipo di mezz’età che mangiava degli spaghetti all’astice insieme a una cubista m’intimò di fare silenzio.

Per vari fatti della vita, complice un mio libro regalato a Maccio da Sergio Spaccavento, il suo coautore, ci saremmo conosciuti appena un mese dopo. Un giorno, durante una partita a Medina, mentre pensava alla sua mossa, chiesi a Maccio: «Senti… ma mica ti eri accorto, vero, che in tempi non sospetti eravamo tutti e due nello stesso manifesto?». Glielo chiesi oziosamente, senza entusiasmo, senza nemmeno guardarlo negli occhi, dando per scontata la risposta. E fu con grandissima sorpresa che Maccio mi stupì con parole di grondante entusiasmo, empatia e umanità: «No».

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A te piace tanto la sovversione della logica quanto quella della grammatica. Mi chiedo se anche da bambino avevi lo stesso umorismo. E qual è la prima parola che ti sei inventato?

Ho iniziato ad avere tendenze umoristiche in prima media. Avevo un amico, che poi avrebbe scritto con me diversi tra i miei primi trailer, con cui mi divertivo a inventare personaggi e fare parodie di televendite e telegiornali. Ma lo facevo come passatempo perché il mio vero lavoro a tempo pieno erano i film thriller/horror, che giravo fin dalla quarta elementare. Anche mia madre e mio padre sono sempre stati avvezzi all’umorismo e mi portavano a vedere film comici come quelli di Troisi, Verdone e Shining.

La prima parola che mi sono inventato è astazione. Non era proprio un’invenzione, ero convinto che la parola “stazione” fosse in realtà “astazione”. Tutt’ora mi capita di scrivere «andiamo all’astazione».

Non ci crederai, a me capitava la stessa cosa con “anatura”. A italiano ero bravissimo e scoprii l’errore solo in un tema al Liceo. La prof sconvolta ma il motivo era molto semplice: era una parola che, per uno strano allineamento astrale, avevo sempre sentito pronunciare senza mai averla vista scritta. Tu comunque sei un fan assoluto di un altro grande sovversivo della grammatica che è Nino Frassica. E la stima oltretutto è ricambiata. Non voglio i nomi: c’è qualche comico tuo fan di cui non ricambi la stima? Bastano le iniziali.

Tra le cose che mi mostravano i miei genitori nei primi anni di vita c’erano fortunatamente anche le trasmissioni Quelli della notte e Indietro tutta, nelle quali ho conosciuto Beppo Armadio Branduardi di Val Vetusta che tutti conoscono con il nomignolo di Nino Frassica. Sapere di essere stimato da lui è per me motivo di vanto in tutti i migliori circoli letterari. Abbiamo collaborato diverse volte e anche in questo film c’è un suo cammeo comico e commovente.

So per certo che Totò è un mio grande fan ma io non lo sopporto.

Maccio nei panni del sindaco Piero Peluria in Omicidio all’italiana.

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Dopo Italianomedio, ecco un altro film critico e con Italia nel titolo: Omicidio all’Italiana. Questa volta ci parli della televisione del dolore e metti alla berlina diverse situazioni che abbiamo imparato a conoscere bene negli anni. Claudio Giunta sostiene che l’italiano di oggi sia scisso fra due smanie: quella di commuoversi e quella di far commuovere. Tommaso Labranca definiva la commozione «l’ossessione dei cialtroni». Perché questo paese è tanto incline alla commozione e conferisce alla lacrima più dignità che alla risata?

Ho firmato un contratto con una clausola che mi obbliga a fare riferimento all’Italia nei titoli dei miei primi 16 film. Ma sono fortunato perché la parola ha diversi significati. In questo caso significa: “alla cazzona”.

La lacrima è l’altra faccia della medaglia della risata. Quelli cha fanno la televisione hanno capito che la lacrima vende, e per emettere lacrime bisogna provare dolore o commozione. Ma non è solo la lacrima, ci sono una vastità di sentimenti che l’essere umano può provare guardando un film, una partita di calcio o un efferato caso di cronaca nera. La mia è principalmente riflessione sullo storytelling del dolore e la sua commercializzazione. Gli omicidi al giorno d’oggigiorno fanno girare l’economia.

Come è stata la lavorazione del film? Hai un aneddoto da raccontarci (un “nanetto”, mi correggerebbe Frassica)? E ci sono film a cui ti sei ispirato?

È stata bellissima e scomodissima. Eravamo a Corvara (PE), un paesino incantato e sperduto pieno di salite che non diventavano mai discese. Tuttavia la scomodità è stata necessaria a raggiungere il mio obiettivo, quello di fare un film scomodo. Inoltre passare da regista ad attore protagonista e viceversa era molto faticoso, ad esempio non riuscivo a capire perchè quando ero al monitor il mio personaggio non si presentava sulla scena neanche se lo chiamavano molto forte, mentre quando il mio personaggio si trovava in scena la troupe si chiedeva dove fosse il regista. Ho risolto l’equivoco usando una macchina del tempo.

Un aneddoto simpatico: durante una scena in cui una mandria di giornalisti correva lungo gli stretti vicoli del paese, chiesi a gran voce a una comparsa un po’ sovrappeso di mettersi davanti a tutti perché faceva più colore. Al ciak successivo l’uomo venne travolto finendo con la faccia sul dolly della macchina da presa e poi in ospedale. Riportò diversi punti di sutura nei pressi di un occhio, rischiando la cecità.

Nessun film in particolare ha ispirato questo film. Ma se c’è ne fosse uno sarebbe La nonna che visse due volte.

«[La lavorazione di Omicidio all’Italiana] è stata bellissima e scomodissima. Eravamo a Corvara (PE), un paesino incantato e sperduto pieno di salite che non diventavano mai discese».

Nei tuoi film e nei tuoi corti sei sempre in compagnia di personaggi che sono tutto tranne che spalle e che ormai sono assurti a miti nazional popolari, come Herbert Ballerina o Rupert Sciamenna. Pare che Maccio Capatonda più che un artista comico sia proprio un mondo con le sue regole, i suoi codici e nel cui brodo primordiale fermentano e germogliano personaggi di culto. Per fare un paragone col mondo della musica, mi viene in mente la grande famiglia dei Gong. Domanda inevitabile: che rapporto c’è fra di voi fuori dal set?

Ho un approccio fortemente autoriale in tutti gli aspetti del mio lavoro e cerco di mantenere il controllo totale fino alla fine. La scelta di un attore fa parte di questo tipo di approccio molto personale, ed è simile alla scelta di un amico. Gli amici veri non ti abbandonano mai. Tuttavia in questo film ci sono anche attori di un certo calibro che non conoscevo prima, ma che sono ben presto diventati amici e ora beviamo birre insieme.

Con Rupert Sciamenna siamo amiconi e andiamo sempre a trans insieme. Lui conosce i migliori viali. Con Herbert la sera ci ritroviamo a rapinare appartamenti o ad andare in stazione nella speranza di trovare qualche portafoglio per terra. Con Anna Pannocchia mi vedo una volta a settimana per fare sesso. Ma non cerco coinvolgimenti emotivi. Anche perché sono felicemente fidanzato da un anno. Con Ivo Avido condivido la passione per le pacche sulle spalle. Lavorando fianco a fianco ce ne diamo tante e così ci incoraggiamo a vicenda e cerchiamo di dare sempre il massimo nel nostro lavoro. È per questo che siamo arrivati così in alto.

Ah una cosa: come mai io non sono nel tuo film? Sentiamo.

Forse non mi crederai ma nelle tre occasioni in cui ho provato a chiamarti per offrirti il ruolo del villain, sono accadute cose strane. La prima volta mentre ero in bagno e stavo per schiacciare chiama Alessandro Gori, ho incontrato Carmelo, un vecchio amico che passava di lì e che non vedevo da 87 anni. È stato un incontro bellissimo nel quale abbiamo rivissuto insieme i vecchi tempi facendo la popò.

Venti giorni dopo seduto sul divano componevo un messaggio wazzup che, giuro su Dio, diceva pressapoco così «Ciao Ale ti voglio per il ruolo del villain nel mio film», mentre stavo per schiacciare il tasto invia ho sentito un prurito al naso e grattandomi ho tolto una crosticina che mi ha causato una lieve perdita di sangue, sono andato in bagno mi sono disinfettato e poi non ho più ritrovato il telefono per 46 ore.

Un giovedì pomeriggio di qualche mese dopo mi sei tornato in mente e ho afferrato il mio laptop con la ferma intenzione di scriverti una email nella quale ti avrei invitato a prendere parte al mio film Omicidio all’Italiana nel ruolo di villain, ma nel momento esatto in cui mi sono seduto in poltrona ho avuto un colpo di sonno e sono crollato come un bimbo. Durante la dormita mi è apparsa in sogno la Ferilli. Appena sveglio ho chiamato lei al tuo posto.


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Qualche giorno fa, sul Mattino, c’era un servizio su Omicidio all’Italiana e nella stessa pagina un trafiletto per la morte del cantautore Enzo Carella, tanto talentuoso quanto sottovalutato. So che ne sei un appassionato e che avresti voluto inserire una canzone nel film. Vi siete mai parlati?

Sono addoloratissimo per la sua scomparsa e per non essere riuscito a inserire la sua canzone Parigi nel film. Purtroppo le musiche di questo film hanno avuto un percorso molto tortuoso. Ho provato a contattarlo su Facebook a novembre ma non mi ha risposto. Di li a poco ho scoperto grazie a suo nipote che era stato ricoverato da qualche giorno. Mi è crollato il mondo addosso. Ho seguito tutta la sua malattia grazie al nipote (con cui ora sono amico) che mi teneva aggiornato sulla sua salute.

E poi, proprio il giorno della prima proiezione stampa del mio film è arrivata la brutta notizia. Quando ho visto il giornale in cui eravamo insieme mi è venuto da piangere, e in effetti ho pianto. Ho pensato di essere legato a quell’uomo per ragioni che sono più grandi di me. E ho rimpianto ancora una volta di non avere quel pezzo nel film. Prima o poi rimedierò. Enzo Carella era un talento immenso.

Rimanendo sulla musica: che rapporto hai con gli Squallor? Percepisco diverse cose in comune fra la poetica tua e quella di Alfredo Cerruti. Mi verrebbe da pensare che non possono non piacerti, ma te lo chiedo.

Ti sembrerà assurdo ma non li conosco affatto. Ho visto solo recentemente uno spezzone del loro film Arrapaho, dove un bambino diceva di volere più bene a Pippo Baudo. Approfondirò di sicuro la loro conoscenza visto che ho già notato una forte affinità.

«Con Anna Pannocchia mi vedo una volta a settimana per fare sesso. Ma non cerco coinvolgimenti emotivi. Anche perché sono felicemente fidanzato da un anno. ».

Trovo che il tuo stile funzionerebbe parecchio bene anche per iscritto. Hai mai avuto voglia di scrivere un libro? Io me lo immagino tutto in prima persona e narrato da uno dei tuoi personaggi, un po’ come fece Teo Teocoli in quel capolavoro che è Frittura Globale Totale, in cui interpretava Felice Caccamo.

Mi è stato proposto diverse volte di fare un libro, e ne ho avuto anche voglia ma il tempo è “tirato”. In questi anni sono stato incessantemente coinvolto nella produzione di video film serie sitcom. Ci sono tutt’ora dei progetti in corso anche forse per delle graphic novel ma per adesso la priorità ce l’hanno i contenuti audiovisivi. Sebbene mi piaccia scrivere, non nasco come scrittore e sono un po’ pigro sul fronte letterario.

Spero presto di essere spronato in questo campo, ad esempio da un grossa ruspa.

I tuoi personaggi potrebbero in effetti essere ottimi manovratori di ruspe. Spesso sono redneck, analfabeti e animaleschi, che non sfigurerebbero in un remake italiano di Non Aprite Quella Porta. Hai mai pensato ad un film non comico?

Sogno spesso di fare un film drammatico crudo straziante cattivo terrificante spudorato, poi mi sveglio. A parte gli scherzi mi piacerebbe molto confrontarmi con un genere diverso dal comico, sarebbe un grande sfida e un modo per dare nuova linfa al mio lavoro. Credo che lo farò dopodomani o mercoledì.

Maccio, Sabrina Ferilli, Herbert Ballerina. Via Facebook

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In un’intercettazione telefonica hai definito Luigi Luciano (Herbert Ballerina): «un viscido serpente che non merita la vita e che con me ha chiuso». Cosa intendevi?

Mi sorprende che tu non abbia capito comunque te la rispiego, forse non hai sentito bene. Intendevo dire che Herbert è un viscido serpente che non merita la vita e che con me ha chiuso. È chiaro adesso?

Nei discount Eurospin, la marca di merendine, biscotti e budini solubili è Dolciando & Dolciando. Ho sempre pensato fosse stata coniata da te. C’ho azzeccato? Per quanto anche i cetrioli in salamoia Freshona del Lidl…

No, pensa che neanche conoscevo questi prodotti. Io ne ho scritte tante di merendine, le più famose sono «Merendella, la merenda bella», «Merendona, la merenda bona» e «Merendaccia, la merenda per chi va a caccia».

L’intervista a Francesco Bianconi dei Baustelle fece un sacco di condivisioni perché mi dette uno scoop sul suo nuovo album. Addirittura quelli di Pixarthinking mi regalarono la macchina Simac per fare il pane a casa. Ora vorrei la yogurtiera Ariete, meglio se quella col timer quindi ti chiedo: mi dai uno scoop?

Ho da poco ritrovato le chiavi di casa che avevo perso l’altro ieri. Erano come al solito nel posto più scontato, la Coppa Uefa. Sei il primo a cui lo dico.

Che farai oggi?

Visto che ho trasformato la mia grande passione per il tempo libero in lavoro, oggi che ho un po’ tempo libero, dalle 12 alle 13 e 30, lavorerò alle poste.

Grazie per la chiacchierata, carissimo. Ti va di salutare gli amici di Pixarthinking?

Prego. Adesso non mi va molto di salutare gli amici di Pixarthinking. Però se togli dalla frase «Adesso non» puoi far sembrare che mi va molto di salutare gli amici di Pixarthinking. E ora che ci penso anche da quest’ultima frase che ho scritto puoi estrapolare il concetto che mi va di salutare gli amici di Pixarthinking. E così via. Però decidi tu.

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LO SGARGABONZI è un papero bianco con becco e zampe verdi fluorescenti. Solitamente indossa un cappellino della Saclà e una felpa in pile ma senza pantaloni. Scrive su Linus, con fuori|onda ha pubblicato Le Avventure di Gunther Brodolini, Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato. Porta in giro il suo spettacolo Lo Sgargabonzi Live e i giorni pari è di dialisi.
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