Recensioni, dispacci e diagnosi dall’Altroquando. Gorgo è una rubrica senza scheletro figlia soltanto dei guizzi d’umore di Alessandro Gori – papà del blog Lo Sgargabonzi, romanziere di vaglia, bifolco. Salone del Libro

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Se apri la scatola di un gioco da tavolo chiuso per l’ultima volta nella tua infanzia, potrai trovare la plancia imbarcata oppure perfettamente piatta, carte più o meno ingiallite, adesivi più o meno aderenti e quasi sempre il regolamento mancante, ma una cosa di sicuro troverai: gli elastici che sono saltati.

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O se non lo sono saranno fragilissimi, sul punto di rompersi, magari lo faranno sotto i tuoi occhi appena colpiti dalla luce. Quasi sempre ti stupirai di non trovarli proprio, poi li riconoscerai come polvere colorata appiccicata a plance e carte. L’ultima volta che hai chiuso quella scatola non sospettavi minimamente che l’avresti riaperta trent’anni dopo. Mentre sceglievi il servizio funebre per tua madre, di fretta e con la testa piena d’ovatta, il colonnello Mustard era sempre lì, al buio, fra Miss Scarlett e il candeliere. E sarà insospettabile anche l’ultima volta che vedrai quel film, che ascolterai quel disco, che leggerai quel fumetto o che incrocerai vivo tuo padre mentre passa per un attimo in corridoio. 

Il fatto è che quegli elastici hanno esaurito l’idratazione che li faceva resistere al loro destino. Esattamente come le nostri parti molli. La nostra pelle, i muscoli e gli organi come un corpo estraneo a questa vita. L’uomo come uno scheletro senziente solo per un misterioso allineamento astrale. C’erano infinite probabilità di non esserci, una sola di esserci e l’esito è che ci sei e sei proprio tu.

Il fatto è che quegli elastici hanno esaurito l’idratazione che li faceva resistere al loro destino. Esattamente come le nostri parti molli.

E allora giubila, sii vivo, ottimista, pieno di prospettive e, se puoi, pure felice. Almeno quel tanto che basta perché sia più croccante lo spettacolo di vederti sbattuto in una gabbia elettrificata e lì torturato a dovere dalla tua stessa esistenza. Un ragazzo rimasto tetraplegico e cieco in un incidente va a morire in Svizzera con un’anziana volontaria che gli accarezza la testa e un vecchio con la pipa che lo riprende col cellulare. In Florida, una ragazza dai capelli rossi malata di SLA organizza una due giorni di divertimento insieme a tutti gli amici per poi farsi portare in collina e bere un bicchiere di Nembutal davanti al tramonto. La traduttrice francese di Montale si fa riprendere dalle telecamere mentre scambia battute con la compagna fino all’attimo prima che il veleno faccia effetto e la faccia smettere di esistere per sempre. 

Scegliere se vivere la propria agonia fino al nulla della non esistenza o se abbracciarla subito per non soffrire, di questo si sta parlando. È uno scherzo? Una vita fa pensavo che scegliere volesse dire decidere se era meglio andare al mare sul Tirreno o sull’Adriatico. E una volta sceso dalla Fiat 132 dei miei scegliere se andare in spiaggia mentre ti preparano la camera o fiondarsi in edicola alla ricerca di un pacco di Alan Ford in offerta di quelli tipici dei posti di mare. E mentre aspettavi che fosse ora di pranzo scegliere fra il cabinato di Street Fighter II e quello di Mortal Kombat e poi fra Zangief e M. Bison. 

È passata una vita e non mi sono mai abituato a riflettere su scelte troppo diverse. Non perché non abbia riflettuto sulla morte, ma perché da ateo ce l’ho avuta in testa costantemente. Non credere in Dio non mi ha mai reso brillante nelle chiacchiere da grappa barricata nei circoli ARCI. Io i cattolici li ho sempre invidiati, tanto quanto ho sempre detestato gli anticlericali pacificati e militanti, quelli che sospenderebbero la morfina ad un vecchio morente giusto il tempo per dirgli che ha ancora qualche ora per capire che dopo la morte non c’è niente e lasciare questo mondo da persona intelligente. Abbraccerei la Chiesa più ingerente, deviata e criminale in cambio della speranza in un Aldilà fosse pure il peggior Inferno possibile.

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Da bambino nato mentre l’Italia viveva ancora gli strascichi del boom economico, sono sempre stato bulimico di qualsiasi cosa mi piacesse. Ho sempre inteso il corpo come un secchio di plastica dove sbattere dentro sensazioni piacevoli mentre le parti molli si staccavano. Ho sempre avuto una vaga antipatia per i Radicali, perché li avevo interiorizzati come il partito della morte, solo per il fatto che si ponevano il problema, solo perché s’arenavano alla riduzione del danno invece che impegnarsi nel progetto ambizioso di sconfiggerla questa maledetta morte o almeno costruire un Aldilà da qui. Era tutto un parlare di aborto, trattamento fine vita e altre cose sgradevoli da sentire mentre si sta mangiando una Fiesta.

Avevo come la percezione che se un giorno la scienza medica avesse trovato la pomata per vivere per sempre, i Radicali avrebbero rovinato tutto. Avrebbero indetto delle votazioni per la sua libera diffusione e ci avrebbero convinti a votare no. Ci avrebbero detto che morire è giusto, addirittura auspicabile, a tratti anche bellissimo. E in barba alla libertà di scelta, è importante che si muoia tutti, anche chi non vorrebbe. E io mi immaginavo che per colpa degli altri sarei dovuto morire come un Marco Taradash qualunque, che invece nel letto d’ospedale accanto a me scoppiava di gioia all’idea.

Ho sempre inteso il corpo come un secchio di plastica dove sbattere dentro sensazioni piacevoli mentre le parti molli si staccavano.

Quando si parla di testamento biologico ed eutanasia, non nego che a me ogni volta scatta un relè di ipocrisia e viltà. E mi scatta prima di arrivare a riflettere anche alla lontana sul giusto e sullo sbagliato, certo che qualsiasi direzione imbocchi ti sporchi le mani. Il fatto è che non riesco ad emanciparmi dall’immagine ancestrale e spaventosa della tortura perfetta in cui è nato e insieme finito l’uomo. Una tortura che ti tiene sveglio la notte, oggi come quell’antica notte in cui la scopristi. Una tortura a cui è impossibile abituarsi e devi raccontartela diversamente per continuare a vivere. Un mondo che ti consuma e ti fa avere la coscienza del tuo consumarti. Un mondo che ti umilia senza risparmiarti niente. Vedrai scomparire una ad una intorno a te le persone che ami e, se sarai fortunato di riuscire a diventare vecchio prima che morto, della vita che ti sarà disattivata te ne importerà pochissimo perché ormai sarà puro dolore, solitudine e tenebre.

E questa natura crudele che ha ormai assunto connotazioni hipster, ti offre appunto la bellissima portata di poter riflettere su che farne della tua morte. Se concederti il lusso di risparmiarti un po’ di dolore davanti al tramonto oppure, ma solo per i veri intenditori, sperare fino alla fine, tremante, con un nodo in gola, sotto neon accecanti e con la vergogna di farsi vedere morire dai parenti del vicino di letto.

Non riesco a pensare ad altro, non riesco ad abituarmici e tirare fuori maturità e pelo sullo stomaco. Io voglio gli ombrelloni di Rimini, i gelati Eldorado e i miei genitori giovani per sempre. E in culo alla misantropia, penso che l’uomo sia ripugnante sì, ma solo se visto da vicino, nella più basica e terragna quotidianità. I tamponamenti, i parcheggi storti, i reality show, le offerte telefoniche, i punk che ribaltano i bidoni della spazzatura, questi cazzo di mocciosi che suonano il campanello e scappano. 

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Perché se l’uomo lo vedi da lontano, non può che farti pena e puoi solo ammirarlo. Mentre si divincola in questa trappola perfetta, l’uomo ha trovato anche il tempo di pensare oltre la sua fine. Io sono nato e abito in un paesino della Val di Chiana e la Chiana è appunto una diga di spaventosa perfezione, scavata e costruita in più di secolo. E ha portato via tante vite, popolazioni intere si sono spezzate i femori nel tentativo di incidere la terra dura e arsa dal sole d’una valle piatta come la pisciata d’un cane.

Eppure non hanno abbandonato la vanga, pur sapendo che mai avrebbero visto quella diga finita. Hanno trovato la forza e lo spirito per continuare a divellere radici e spero che abbiano incassato miliardi per farlo anche se so che non è stato così. E se se ne fossero fregati di spalare per far crescere rigogliose le pesche dei pronipoti imprenditori, avrebbero avuto ragione lo stesso, perché penso che a questo mondo l’uomo debba davvero pochissimo. Io per primo non l’avrei fatto nemmeno per mezza giornata, io voglio solo divertirmi e pensare a quale carta calare a Epic mentre avverto le parti molli che si staccano dallo scheletro.

E invece ci sono astronomi che aprono la strada a viaggi spaziali per le generazioni che verranno. Ricercatori che inseguono la pomata perché i nostri pronipoti astronauti non debbano gestire questo piccolo problema della morte che abbiamo noi. Come è possibile tutto questo? Pensare che se mai sapessi che mio figlio potrà vivere per sempre ne sarei a dir poco distrutto. Vedo l’uomo e il suo pensare oltre la fine come un mistero inspiegabile, bellissimo e che lo rende esattamente il Dio che cerca e che non c’hanno dato.

Una volta ero a letto con una groupie e dopo aver fatto l’amore mi fa: «Ma non pensi che questi scienziati e questi medici lo facciano solo per vanagloria?». Eh certo, togligli pure la vanagloria brutta stronza.

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LO SGARGABONZI è un papero bianco con becco e zampe verdi fluorescenti. Solitamente indossa un cappellino della Saclà e una felpa in pile ma senza pantaloni. Scrive su Linus, con fuori|onda ha pubblicato Le Avventure di Gunther Brodolini, Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato. Porta in giro il suo spettacolo Lo Sgargabonzi Live e i giorni pari è di dialisi.
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